martedì, dicembre 03, 2013

 

Iraq: è tempo di passare dalla tolleranza alla cittadinanza

By Oasis
di Marialaura Conte, 13 novembre 2013

«Sono convinto che l’unica soluzione sia il dialogo: è il meccanismo necessario per trovare una soluzione pacifica. L’alternativa è la guerra che produce isolamento fra i gruppi religiosi o politici e barriere. Ma dialogo non vuol dire accettare tutto: implica il coraggio di dire il proprio parere in modo obiettivo. Anche su temi sensibili come la tolleranza e la cittadinanza».

Ne è convinto Mons. Louis Sako, Patriarca di Bagdad dei Caldei, che incontrato da Oasis ad Amman, non teme di esprimersi criticamente sulla parola “tolleranza”: «Si usa parlare della necessità di tollerare i cristiani. Ma cosa vuol dire tollerare uno che è iracheno? Eravamo lì già prima dell’Islam, siamo in Iraq anche oggi, siamo cittadini. Non chiediamo che ci “permettano” di vivere nel nostro Paese. Invece, spiegando i termini della questione il dialogo si approfondisce. Parlano di diritti umani: ma non ci sono diritti umani cristiani o musulmani, c’è una base umana per tutti. Dunque se i musulmani arrivano a riconoscere questo, possiamo vivere insieme. Perché la religione rimarrà un’esperienza personale tra me, il mio Dio e gli altri credenti, e non sarà sfruttata per scopi politici. Io sono veramente sicuro che ci possa essere questo tipo di dialogo. Se i cristiani capiscono bene l’Islam, possono aiutare i musulmani ad aprirsi, a fare una lettura più ampia del testo, ad esempio inserendolo nel contesto storico, come noi facciamo per la Bibbia.
Quindi il punto della questione sta nello spazio che c’è tra tolleranza e cittadinanza?

L’unico criterio per una convivenza è la cittadinanza: io sono un cittadino, a prescindere dal fatto che sia cristiano o musulmano. Per questo occorre separare la religione dalla politica. Se i musulmani accetteranno per esempio di eliminare tutti i riferimenti religiosi dalla Costituzione, nella politica, anche nell’organizzazione dei rapporti fra i cittadini, non ci saranno più problemi. Anche sul passaporto, sui documenti, non bisogna scrivere cristiano o musulmano, perché questo crea problemi. Da parte dei cristiani, che sono oggi una minoranza, c’è una barriera psicologica: pensano di non essere accettati, di essere appunto “tollerati”, di essere una seconda categoria. Ci sono regole che limitano anche il loro ruolo politico, sociale ecc. Questo accade quando non si segue più come criterio quello della pari cittadinanza per tutti, ma al primo posto si pone l’appartenenza religiosa.
Com’è il suo rapporto con i vicini musulmani?

Quando è caduto il regime cristiani e musulmani si sono trovati a proteggere insieme le chiese e le moschee. A Kirkuk certi imam hanno adottato un discorso favorevole ai cristiani nella predica del venerdì e se un imam in una moschea piena dice che i cristiani sono cittadini buoni e sinceri, questo aiuta molto. Io questo l’ho sentito e talvolta l’ho chiesto. A volte colgo segnali del fatto che la mentalità sta cambiando: alla televisione, per esempio, quando ci sono interviste fra un imam e un capo cristiano, si parla di dialogo, si presenta il cristianesimo in una maniera comprensibile e non ambigua, questo aiuta. Penso che noi possiamo cambiare la mentalità se siamo uniti e abbiamo delle persone preparate.
E dopo gli attacchi alle chiese, come vanno i rapporti con le istituzioni?

In questo periodo non ci sono attacchi contro i cristiani. Io adesso abito a Baghdad, visito sempre le chiese e c’è la messa, incoraggio la gente a non avere paura. “Non abbiate paura”, il discorso di Gesù, lo ripeto tante volte. Ma questo non si fa solo a parole: aiutiamo i cristiani a trovare una casa, un lavoro e abbiamo buoni rapporti con il governo e le autorità religiose sunnite e sciite. Abbiamo un buon rapporto con il primo ministro è venuto a un nostro incontro. Ho organizzato una cena per tutto il governo intitolata “la cena dell’agape”, noi abbiamo usato il cantico sulla carità di San Paolo, che ascoltavano per la prima volta. Anche con i ministri parlamentari abbiamo un buon rapporto, ma molto dipende anche da noi. Abbiamo un ricco patrimonio di storia e cultura, abbiamo avuto per secoli scuole, ospedali e monasteri, e possiamo offrire un contributo a questo Paese. Non dobbiamo tirarci indietro.
E tra i cristiani di riti diversi come va?

Noi siamo uniti, cioè l’ecumenismo è un ecumenismo vero, non è formale. Siamo sempre insieme, anche quando vado in visita dal primo ministro o dal Presidente della Repubblica, vengono con me tutti i capi che risiedono a Baghdad, per documentare alle autorità che noi siamo uniti davvero. Come priorità, dunque, abbiamo fatto un sinodo, abbiamo scelto dei nuovi Vescovi forti e istruiti, e insieme dobbiamo affrontare il tema dell’emigrazione e di come aiutare la gente a rimanere. Ho visitato quaranta villaggi e città negli ultimi mesi. Cinque o sei anni fa erano vuoti, adesso alcuni sono pieni e la gente è contenta. Erano andati in Turchia o in altre zone del Paese, adesso sono tornati, c’è tutta una vita dinamica, ma hanno bisogno di aiuto e noi ci proviamo.
Come guarda alla Siria dal suo Paese?

Tutto è rovinato, adesso c’è confusione, corruzione, non c’è sicurezza, dunque il Paese va verso la divisione. Se la diplomazia internazionale è sincera e vuole il bene della Siria e dell’Iraq deve cercare con gli iracheni e con i siriani una soluzione politica. Parlano della democrazia e della libertà, ma sono solo parole, slogan. Non si può applicare o realizzare una democrazia come per magia. I siriani possono farcela da soli, non vogliono essere aiutati, perché ci sono troppe influenze all’interno: ci sono gli americani, i russi, l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar. Io credo che sia possibile mettere le controparti insieme, fare delle riforme e trovare una soluzione per integrare tutti nel gioco politico, è possibile se c’è un gruppo neutro, forse anche un gruppo religioso, o cristiano o musulmano, che non ha interessi, che cerca veramente la riconciliazione. Questo vale anche per l’Iraq, che continua a conoscere morti e violenza. Quando sono andato ad incontrare il primo ministro iracheno e gli ho detto “noi dobbiamo fare la riconciliazione”, lui ha accettato e ha detto “vi incoraggio” perché noi siamo indipendenti, siamo disinteressati.

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