lunedì, novembre 04, 2013

 

Mar Louis Raphaël Sako. Quale futuro per i cristiani dell’Iraq?

By Baghdadhope*

Di seguito il testo del discorso tenuto da Mar Louis Raphaël Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico del Pontificio Istituto Orientale di Roma lo scorso 26 ottobre.

1. Sul filo dei ricordi
    Sabato 26 ottobre ho avuto la gioia di presiedere, al mattino, l’apertura dell’Anno Accademico 2013/14 del Pontificio Istituto Orientale, “questo pezzo d’Oriente” nel cuore della Città eterna, con la liturgia dei beati apostoli Mar Addai e Mar Mari. Nel pomeriggio poi, ho partecipato alla presentazione del volume che riporta gli atti del Congresso Internazionale di Liturgia svoltosi il 25 e 26 ottobre 2011 in occasione del decimo anniversario dalla dichiarazione “Orientamenti per l’ammissione all’Eucaristia tra la Chiesa Caldea e la Chiesa Assira d’Oriente”. Il volume, ponderoso e accurato, raccoglie interventi volti a studiare le origini della preghiera eucaristica proprio alla luce della nostra anafora di Addai e Mari. A quanti si sono impegnati a far conoscere – come scriveva il beato Giovanni Paolo II – «le immense ricchezze che le nostre Chiese conservano nei forzieri delle loro tradizioni» (Orientale Lumen, 4) va tutta la mia simpatia.
    In quell’occasione mi è stato chiesto di spiegare come i cristiani dell’Iraq, che in chiesa pregano con questa liturgia, vivono di fatto la loro quotidianità fuori dalla chiesa. Prima di venire al tema, però, vorrei esprimere la mia riconoscenza ai professori dell’Istituto, quelli di ieri e quelli di oggi. Mi ha sempre colpito la loro passione per le nostre Chiese. Le loro pubblicazioni scientifiche restano per noi, figli d’Oriente, un punto di riferimento per una sempre ulteriore conoscenza delle nostre tradizioni, per una ricerca mirata a favorire le mutue relazioni e a incentivare il dialogo ecumenico. Insieme al compito di formare i futuri quadri delle Chiese, cattoliche e non cattoliche, tramite la crescita scientifica e umana di tanti sacerdoti, religiosi e laici, l’Istituto Orientale ha anche il dovere di far conoscere all’Occidente le nostre esuberanti tradizioni, la sacralità dei nostri riti, la nostra intensa spiritualità e le alterne vicende della nostra storia.

2. Avremo ancora un futuro?
    Pur dando atto che in Occidente non mancano persone sensibili alle sorti della nostra martoriata terra, dobbiamo tuttavia dire, in generale, che l’Occidente, considerato a livello di chi gestisce la cosa pubblica, non comprende le difficoltà e i timori che i cristiani provano oggi nei paesi del Medio Oriente. Il radicalismo religioso sta crescendo sempre più e i cristiani, indipendentemente dal loro impegno, sono vittime di una congiuntura internazionale che supera le loro forze. Gli estremisti vogliono approfittare della situazione attuale per svuotare il Medio Oriente della presenza cristiana, come se quella fosse un ostacolo ai loro piani. Bisogna perciò aprire bene gli occhi per vedere i timori e considerare le speranze che animano i cristiani in Iraq, in Siria, in Egitto e altrove. La situazione di incertezza e le continue difficoltà li spingono infatti a chiedersi: «Che sarà di noi? Quale futuro avremo, sempre che per noi vi sia qui ancora un futuro? Quale garanzia abbiamo di non essere uccisi o cacciati dalla nostra terra?».
Vorrei ora condividere con chi mi legge alcune riflessioni, anche alla luce della storia. Il cristianesimo è entrato in Mesopotamia (la “terra tra i due fiumi”), cioè nell’odierno Iraq, a partire dalla fine del primo secolo dell’era cristiana. Stando alla tradizione, l’apostolo Tommaso fu il primo a evangelizzare quelle regioni nel suo viaggio verso le coste meridionali dell’India. Sappiamo che gli Apostoli predicavano ovunque incontravano comunità ebraiche, agevolati dal fatto che parlavano la stessa lingua semitica e avevano la stessa mentalità. Tale affinità culturale sembra risalire al tempo in cui la terra di Abramo si trovò ad accogliere gli Ebrei al tempo dell’esilio babilonese (587 a.C.). La nostra Chiesa è stata una Chiesa eminentemente missionaria. I cristiani caldei, commercianti laici e monaci, sono andati ad annunciare il Vangelo fin nelle più remote regioni della Cina, seguendo l’antica via della seta. Essi avevano una fede profonda, che si sono preoccupati di inculturare con le proprie tradizioni. Per essi il Cristianesimo era “la Luce”, il Vangelo era “la Perla” e Cristo era ed è “l’Illuminatore”.
Quando l’Islam arrivò nel settimo secolo, i cristiani costituivano la maggioranza della popolazione in Iraq e in Persia. Abdisho († 1318), metropolita di Nisibi, elenca una ventina di sedi metropolite per un totale di circa 200 diocesi. Oggi purtroppo siamo un piccolo “resto”. Il martirio è il carisma della nostra Chiesa, che fin dalle origini ha sperimentato la persecuzione dei Persiani, poi degli Arabi, dei Mongoli e degli Ottomani. La nostra liturgia contiene numerosi inni per onorare, mattina e sera, i nostri martiri. È questa spiritualità che ci dà la forza di perseverare e di restare là dove siamo.

3. È in atto una strategia per dividere
Da dieci anni non si ferma l’ondata di attentati in Iraq. Le esplosioni con autobombe si ripetono. Le violenze sembrano inquadrarsi nelle sanguinose tensioni in corso tra sunniti e sciiti. Tutto ciò serve a creare confusione e mantiene questi conflitti sempre accesi contro ogni iniziativa di riconciliazione, che peraltro pare difficile da realizzare. Tutto è collegato alla situazione esplosa in Siria e in Egitto. Sembra trattarsi, purtroppo, di un conflitto “confessionale”, dove religione e politica si intrecciano e si confondono. Vi sono Paesi che non vogliono la cosiddetta “Primavera araba”, la democrazia e la libertà, perché tutto ciò rappresenta ai loro occhi una minaccia. Per quiesta ragione è nel loro interesse mantenere tensioni e conflitti. E' inoltre possibile che sia in atto una strategia per dividere il Medio Oriente in Paesi “confessionali”. C’è chi vorrebbe ridistribuire le province in Iraq secondo etnie e religioni.
La fragilità delle istituzioni e la debole percezione dell’identità nazionale, gli scontri e l’instabilità, mettono a repentaglio ogni giorno la vita di tutti i cittadini, soprattutto dei cristiani, proprio perché cristiani. Finora non vi sono segni che lascino intravedere una qualche schiarita. Molti cristiani hanno venduto le loro case ed i terreni ereditati dai loro padri e sono emigrati altrove per trovare un luogo migliore dove far crescere i loro figli. Questa decisione sofferta, se rappresenta una grande sfida carica di incognite per chi la tenta, determina anche un impoverimento per la comunità cristiana e per tutto l’Iraq. Secondo il censimento del 1987 i cristiani erano in Iraq 1.264.000; oggi sono meno della metà. Se circa 700.000 sono fuggiti, chi ha deciso di restare dà prova di coraggio. Di fronte alla precarietà determinata dalla guerra non vi è altra via d’uscita se non il dialogo. È indispensabile coltivare sentimenti di fratellanza e di solidarietà. È questo il desiderio della maggioranza degli Iracheni, cristiani e musulmani moderati. I cristiani e i musulmani credono tutti in un solo Dio, che è Creatore, che è Padre, che è “Misericordioso”. Perché non riconoscere alla luce del sole questa comunanza di fede?

4. Quel che attendiamo dalle Istituzioni
La comunità internazionale dovrebbe favorire l’instaurazione della democrazia, della tolleranza, dell’uguaglianza, senza contentarsi di sterili dichiarazioni di principio. L’Occidente ha l’impegno morale di spingere questi nostri Paesi a rispettare i diritti umani, come sono generalmente rispettati altrove. Deve cessare lo scandalo del vergognoso traffico di armi che distruggono la vita di innocenti. I Paesi occidentali devono dire a se stessi che non giova a nulla fabbricare e vendere armi; meglio sarebbe, per loro e per gli altri, fabbricare ciò che giova alla prosperità. La “Lega Araba”, la “Conferenza Internazionale Arabo-Islamica” e le autorità religiose dovrebbero promulgare un documento ufficiale nel quale riconoscono ai cristiani i loro diritti di cittadini uguali agli altri, separando finalmente la religione dalla politica. La religione infatti si fonda su verità e principi morali stabili; invece la politica, che si occupa delle questioni economiche e sociali, è sempre in movimento.
Noi, guide spirituali dei nostri fedeli, dobbiamo invogliare i laici a coinvolgersi maggiormente nella dimensione culturale, sociale e politica del nostro Paese, senza timore di rivendicare i propri diritti civili e l’uguaglianza di tutti i cittadini. Li dobbiamo stimolare ad analizzare i problemi e a suggerire nuove soluzioni per migliorare la situazione delle nostre città e dei nostri villaggi, per costruire nuove abitazioni, nuove strade e per creare lavoro. I cristiani iracheni devono unire i loro sforzi per mantenere la coesione nazionale e difendere il diritto alla libertà religiosa. Devono continuare a dare la loro testimonianza nella concreta situazione in cui si trovano quale segno di speranza ai loro concittadini, come chiede l’Esortazione Apostolica “La Chiesa in Medio Oriente: comunione e testimonianza”. A tutti deve essere assicurata una vita degna, libera dalla precarietà. Solo così si può contrastare l’emigrazione.
Perché non si incoraggiano i membri ricchi della comunità a investire sul proprio territorio? Che fare per introdurre nel Paese il rispetto della libertà religiosa e per riconoscere ai cristiani gli stessi diritti dei musulmani? Come partecipare in maniera attiva e costruttiva alla politica per servire il bene comune, e non gli interessi di parte? Non sarebbe forse possibile riunire tutti i partiti cristiani sotto un unico nome, ad esempio “Unione nazionale irachena cristiana”? Restando uniti, non si potrebbe forse lanciare una campagna nazionale, con un programma come questo: “La pace e la convivenza, il rispetto di tutte le religioni, per un’autentica democrazia”? Perché non costituire un “Consiglio politico cristiano” che si faccia carico dei problemi dei cristiani, senza trascurare quelli dell’intera nazione?
A queste domande e a tante altre urge dare risposta. Occorre formare centri di emergenza per intervenire immediatamente nel sostegno alle famiglie e per rispondere a quanti sono bersagliati da azioni criminali, quali omicidi, stupri, rapimenti, ruberie, incendi delle chiese e danneggiamenti delle abitazioni. Inoltre dobbiamo stimolare i cristiani della diaspora a mantenere il loro diritto di voto, così prezioso in tempo di elezioni. Occorre sollecitare i cristiani a entrare anche nei partiti non cristiani, a candidarsi anche in altre liste, soprattutto in previsione delle elezioni del 2014, così da accrescere il numero dei parlamentari appartenenti alla nostra comunità. Ci proponiamo mete troppo ambiziose? Forse; ma la situazione è talmente grave che risulta indispensabile sperare e volere l’impossibile.

5. O Padre dei Martiri, abbiamo paura…
Sapendo che la parola di Gesù “non abbiate dunque paura” (Mt 10,31) ci incoraggia ad essere segno di contraddizione e di sfida anzitutto là dove lui ci ha piantati, voglio concludere riportando il testo di una preghiera scritta dal mio segretario padre Albert Hisham Naoum in memoria dei nostri due confratelli uccisi il 31 otto-bre 2010 a Bagdad insieme ad altre 44 persone: «O Padre dei martiri, nostro Padre, che hai accolto gli spiriti dei martiri che professavano la loro fede nella chiesa di tua Madre e nostra Signora del Perpetuo Soccorso: essi sono stati uccisi difendendo la loro fede, irrigando la terra della nostra fede e la nostra speranza in te. / O Padre, abbiamo perso i nostri fratelli Thair e Waseem: da’ a noi la fiducia di avere amici che pregano sempre per noi dal cielo. / O Padre, siamo stanchi delle menzogne e dei mali del mondo e non abbiamo nessuna speranza: aiutaci a riporre la speranza solo in te. / O Padre, abbiamo odiato tutto e il buio ha spento i nostri occhi: semina in noi di nuovo il tuo amore senza fine. / Siamo tristi, Signore: insegnaci che la gioia viene solo da te, insegnaci ad impararla dai nostri martiri. / Abbiamo paura, Signore: concedici il coraggio dei nostri martiri puri che hanno affrontato la morte. / Siamo smarriti, Signore: guidaci sulla strada giusta, e nel percorso ci aiuti lo spirito dei nostri martiri. / In queste circostanze abbiamo bisogno di te, Signore: trasforma il nostro bisogno in una pre-ghiera permanente che rivolgiamo a te come figli. / Vogliamo essere fedeli a te, ai nostri fratelli, al mondo: compi la tua missione in noi tutti i giorni, perché possiamo testimoniare il tuo amore soprattutto ai nostri nemici. / O Padre, cercheremo di vivere ancora la tua vita in noi, così da continuare ad annunciarti a tutte le genti senza mai smettere. / Ci fidiamo di te, Signore, ti amiamo, speriamo in te, abbiamo bisogno di te e non abbiamo altro che te, Signore. Amen».

Padre Albert Hisham Naoum: "Siamo smarriti, Signore" 31 dicembre 2012

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