mercoledì, novembre 20, 2013

 

I cristiani in Medio oriente. Intervista a Rodolfo Casadei


Qual è la situazione dei cristiani in Medio oriente?
I cristiani in Medio oriente sono dovunque una minoranza. Anche dove erano maggioranza, come in Libano, non lo sono più da oltre un decennio. Assistiamo ad un fenomeno di lento esodo dei cristiani. In paesi dove, in passato, erano più del 20-30-40%, oggi hanno più che dimezzato la loro presenza. I motivi dell’esodo sono vari. Sicuramente vi sono dei paesi in guerra dove è molto forte una componente aggressiva di persecuzione anticristiana, in particolare da parte dei gruppi jihadisti, dell’estremismo islamico. Questa è la situazione di Iraq e Siria. Poi vi sono delle emigrazioni dovute soprattutto a motivi di carattere economico. Certo emigrano anche le popolazioni mussulmane di queste paesi, ma i cristiani, che rappresentavano in passato il gruppo più attivo economicamente, finiscono per essere maggiormente motivati all’emigrazione, anche perché hanno maggiori agganci attraverso parenti e amici all’estero presso i quali possono recarsi. E infine la riduzione del numero dei cristiani è dovuta al fatto che i vari nazionalismi del Medio oriente (arabo-turco-ebraico) hanno creato delle condizioni che per le minoranze religiose, in particolare per i cristiani, sono meno favorevoli di quelle del passato, di quelle dell’impero ottomano. E poi per il fenomeno, a cui assistiamo da un ventennio, dell’estremismo islamico, che ha un’idea della religione come qualcosa che deve essere imposto, che deve essere uniforme secondo l’islam sunnita e quindi tende ad espellere le minoranze religiose, cominciando da quella principale che è quella cristiana. Questa purtroppo è la situazione dei cristiani in tutti i paesi del cosiddetto Medio oriente.

Assistiamo al fenomeno del martirio in queste zone?
Ci sono sicuramente dei paesi e dei casi in cui è possibile parlare di martirio cristiano. Intanto c’è una persecuzione  contro i cristiani in alcuni paesi su larga scala: è il caso dell’Iraq, della Siria, oggi anche dell’Egitto. Poi abbiamo dei casi puntuali che riguardano la Turchia, che in passato hanno riguardato l’Algeria, che riguardano oggi la Libia. Sono fenomeni in parte di intolleranza sociale, ma spesso sono fenomeni con una matrice ideologica molto chiara che è quella islamista radicale. Nel caso della Turchia è un misto di nazionalismo e di islamismo. D’altra parte vi sono alcuni cristiani assassinati che possiamo definire, anche in termini canonici, come dei martiri perché sono persone che hanno deciso di rimanere sul posto, di rendere la testimonianza cristiana, consapevoli del pericolo per la loro vita, avendo subito minacce che si sono poi tradotte anche in atti estremi.
Può farci qualche esempio di questi martiri?
Di esempi ne ho molti perché negli ultimi dieci anni ho frequentato queste zone. Sono appena tornato da una missione in Egitto, proprio nella regione dove sono state colpite le chiese cristiane nel mese di agosto. Negli ultimi quattro anni  ho scritto due libri su questo argomento. Le figure che mi hanno colpito sono tante. In particolare mi ha colpito la figura di mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di Mosul, che io ho incontrato poche settimane prima che venisse rapito in Iraq e che morisse nelle mani dei suoi rapitori. Quando io l’ho incontrato lui aveva già ricevuto decine di minacce di morte, era già stata fatta esplodere la sede dell’arcivescovado, era già sfuggito ad un tentativo di rapimento. Io gli posi la domanda del perché restava nonostante queste minacce, questo grande pericolo che correva. E lui rispose che fino a quando ci fosse stato anche un solo cristiano nella sua città, lui si sentiva chiamato a essere il pastore del gregge e che si fidava della protezione che gli veniva dall’alto, dai santi e dalla vergine Maria. Aggiunse che di lui sarebbe stato quello che Dio avrebbe deciso. Quest’uomo ha sicuramente abbracciato il martirio in modo molto consapevole. Infatti molti giovani che entrano nei seminari caldei in Iraq e all’estero evocano la figura di mons. Rahho come l’ispiratore della loro vocazione sacerdotale.
Qual è la differenza tra il martire cristiano e il martire-kamikaze islamico?

Non c’è dubbio che nei paesi del Medio oriente troviamo un certo numero di persone disposte a sacrificare, a dare la vita, fino alla testimonianza del sangue. C’è però una differenza radicale tra il martire del jihadismo e il martire cristiano. Perché il martire cristiano sacrifica la sua vita, mentre i martiri jihadisti sacrificano anche le vite degli altri. Ricordano più i combattenti di certe guerre, come i kamikaze giapponesi, che uccidono se stessi per uccidere molti nemici. Pertanto questa volontà di uccidersi uccidendo è decisamente diversa dal dono della vita della vita del cristiano che muore martire, non per prendersi le vite degli altri, ma per generare vita attraverso il sacrificio della sua vita, se viene richiesto. Non quindi come obiettivo, come ideale, ma come condizione in cui ci si può trovare in una data condizione storica e purtroppo queste situazioni ricorrono per i cristiani nel Medio oriente.
Qual è l’origine di queste persecuzioni? La religione o un’ideologia politica?

È un’ideologia politica che usa la religione come suo fondamento. I cristiani vivono in terra islamica da circa 15 secoli, e per lo più ci vivono come cittadini di seconda classe, non con tutti i diritti della maggioranza mussulmana. Ci sono poi importanti differenze da paese a paese. Paesi dove i diritti civili dei cristiani sono quasi interamente rispettati, altri paesi dove i cristiani non hanno neanche la libertà religiosa, come nel caso dell’Arabia Saudita. Diciamo che mediamente sono dei cittadini di seconda classe o di terza classe e in alcuni paesi, si potrebbe dire in qualche modo, sono di prima classe B. I cristiani sono vissuti per secoli in queste condizioni. Da un trentennio si è diffusa un’ideologia politica-religiosa che mira a fare piazza pulita dei nemici e fra i nemici individua anche i cristiani. Vi è un progetto ideologico di purezza secondo il quale solo la religione islamica, nella versione estremista del radicalismo islamico, dovrebbe essere ammessa. Quindi le minoranze non sono più tollerate perché impediscono la purezza della dar el islam, del califfato, di un sistema politico religioso integralmente. Questa è una novità nel mondo islamico perché normalmente gli accomodamenti tra la maggioranza islamica e le minoranze, principalmente quella cristiana  ma anche gli ebrei, anche i drusi e le molte altre religioni presenti in oriente, era sempre stata una soluzione che tollerava le minoranze in una condizione di minorità. Il discorso degli estremisti islamici invece è eliminare, allontanare, fare in modo che non ci siano più le minoranze religiose. Allora gli atti terroristici, le persecuzioni mirano a questo, mirano, attraverso il terrore, a causare la fuga, l’esodo dei cristiani e delle minoranze religiose.
Nei cristiani prevale la disperazione o la speranza?
Bisogna essere pratici e realisti. La maggioranza dei cristiani si sente messa nelle condizioni di dovere abbandonare  il paese per la sicurezza propria e delle famiglie. Alcuni lo fanno perché hanno parenti all’estero e hanno la possibilità di emigrare, altri non lo fanno semplicemente perché non hanno i mezzi o non hanno punti di riferimento all’estero. Alcuni emigrano nei paesi vicini nella speranza di potere ritornare quando le condizioni miglioreranno. Poi c’è una minoranza di cristiani molto motivata che decide di stare nel paese, prendendo coscienza della loro identità cristiana, della loro vocazione cristiana. Per queste persone l’identità cristiana, che normalmente è sociologica (non si sceglie di nascere cristiani, così come non si sceglie di nascere mussulmani o ebrei), questa origine che è data, diventa una scelta consapevole. Nel momento della persecuzione bisogna decidere di essere cristiani perché è sempre possibile la conversione alla religione della maggioranza, ma questo è un fenomeno molto limitato. Sono molto pochi i cristiani che per sfuggire alle persecuzioni si convertono all’islam. C’è una parte molto motivata di cristiani che trova nelle persecuzioni nuova energia e nuovi motivi per restare nelle terre in cui sono nati, anche perché il cristianesimo in queste terre non è una religione importata, è una delle religioni più antiche, l’islam è arrivato molto secoli dopo che il cristianesimo era impiantato in questi territori. Il cristianesimo non è la religione dei colonialisti francesi e inglesi del XIX secolo, ma la religione delle popolazioni originarie. Vi è anche un piccolo fenomeno di rientro di  persone che erano immigrate all’estero, in attesa di un miglioramento della situazione.
Cosa dicono a noi occidentali questi martiri?
Innanzitutto ci offrono una testimonianza di cui dovremmo fare tesoro. La testimonianza che, per il proprio volto, per la propria identità, per ciò in cui si crede, si può essere disposti a rischiare, si può essere disposti addirittura a dare la vita. Questo è un messaggio che mette in difficoltà l’Europa relativistica: l’idea che abbiamo è che bisogna adattarsi, che non c’è niente per cui valga la pena soffrire, tanto meno qualcosa per cui valga la pena dare la vita, morire. La testimonianza dei cristiani del Medio oriente, invece, è che una persona può essere capace di vivere così. Infatti mi ha colpito molto quello che mi ha risposto mons. Amel Nona, il nuovo arcivescovo di Mosul, che vive in una condizione veramente difficile, di estremo pericolo, a cui chiesi in un’intervista: “qual è la catechesi che fate ai cristiani qui?”. Lui mi rispose: “insegniamo ai cristiani a non avere a paura di morire, ma per non avere paura di morire occorre sapere per che cosa si vive. Noi insegniamo per quale motivo si vive, che cosa si è chiamati a testimoniare, e così si supera la paura di morire”.

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