lunedì, ottobre 28, 2013

 

Iraq, scia di sangue. "Vanno fermate le violenze settarie di sciiti e sunniti"

By SIR
Daniele Rocchi

Il patriarca caldeo Sako, dopo una domenica di sangue, ribadisce l’impegno per la riconciliazione nazionale. La sua analisi: "Stiamo assistendo ad una lotta di potere che ha una valenza regionale, interessando la Siria innanzitutto, e l’Egitto. Alcuni Paesi del mondo arabo non hanno interesse a che queste crisi cessino. Hanno paura che da questi conflitti possano uscire poteri democratici che li costringerebbero a venire incontro alle naturali richieste di diritti dei loro popoli."
È di 61 morti il bilancio di una domenica di attentati e violenze in Iraq, dove nella capitale, Baghdad, nove bombe sono esplose in otto quartieri a maggioranza sciita. Il Paese è sempre più preda della violenza settaria, tra sciiti e sunniti. Si calcola che dall’inizio dell’anno siano morte oltre 7mila persone. Gli oppositori armati sfruttano la rabbia crescente della minoranza sunnita che si sente messa in disparte dal Governo guidato dallo sciita Nuri al Maliki. Le relazioni tra le due comunità sono state ulteriormente segnate dalla guerra in Siria. L’Iraq, infatti, insieme all’Iran è impegnato a sostenere il presidente siriano Bashar al Assad contro la rivolta armata che si sta trasformando sempre più in una corsa al potere dominata da gruppi qaedisti, islamisti e da mercenari al soldo di Paesi stranieri, apparentemente estranei alla causa siriana. Di questa nuova ondata di violenza il Sir ne ha parlato con il patriarca caldeo di Baghdad Louis Raphael I Sako.
 
Patriarca, l’Iraq sembra di nuovo sprofondare nella violenza settaria che mette di fronte sciiti e sunniti. Ieri numerosi attentati dinamitardi con oltre 60 morti…
“Un fatto davvero triste. A perdere la vita sono tutte persone innocenti. Questo conflitto settario non fa altro che aggravare una situazione già molto difficile ed allontana la possibilità di una soluzione che garantisca stabilità e sicurezza. Il Governo è incapace di controllare il territorio e di proteggere la popolazione. Per fare ciò serve un esercito professionale e forze di polizia preparate. Stiamo assistendo ad una lotta di potere tra sciiti e sunniti che non riguarda solo l’Iraq ma ha una valenza regionale, interessando la Siria innanzitutto, e l’Egitto. Ci sono, poi, alcuni Paesi del mondo arabo che hanno interesse a che queste crisi non cessino. Hanno paura che da questi conflitti possano uscire poteri democratici che li costringerebbero a cambiare per venire incontro alle naturali richieste di diritti dei loro popoli”.
Lei ha sempre sostenuto che uno strumento necessario per dirimere la crisi interna irachena, e non solo, è la riconciliazione. Già quando era arcivescovo a Kirkuk ha lavorato in questa direzione. Ma dopo tutta questa violenza ha ancora senso parlare di riconciliazione? Non servirebbe di più una forte azione politica?
“I problemi non si risolvono senza un dialogo serio. Io sono convinto che gli iracheni da soli siano in gradi di giungere ad una riconciliazione nazionale. Purtroppo a minare questa determinazione sono potenze regionali che sostengono tutti quei gruppi armati che seminano terrore in Iraq. Chi fornisce loro le armi? Chi li finanzia? Chi c’è dietro di loro?”.
Domande che calzano a pennello anche per la situazione siriana. Iraq e Siria stanno andando insieme verso la disgregazione?
“Siamo davanti allo stesso scenario. Ripeto: ci sono Paesi democratici che finanziano e sostengono gruppi ribelli armati invece di promuovere il negoziato tra le parti. Le riforme si fanno con il dialogo e non con le armi. La soluzione è e deve restare politica, non militare”.
Lo scontro confessionale tra sciiti e sunniti potrebbe modificare anche l’assetto futuro dell’Islam?
“Se lo scontro continua sarà un grosso guaio per entrambi. La maggioranza della popolazione irachena non vuole questo conflitto, non lo comprende, non lo accetta. Essa cerca la convivenza al contrario degli estremisti che fomentano la divisione e l’odio. Vogliamo riforme democratiche ma queste si ottengono formando le coscienze, preparando le persone. La democrazia non si esporta, come pensavano di fare le potenze occidentali, facendo la guerra”.
Un processo ampio di riforme, basato sul diritto e la libertà, potrebbe essere, dunque, il modo giusto per disinnescare le violenze settarie e creare democrazia, non solo in Iraq ma anche nella Regione?
“Io credo che si debba parlare di laicità positiva che non si pone contro la religione. Non ci deve essere una religione di Stato che potrebbe preludere a delle discriminazioni verso le minoranze, qualunque esse siano. Laicità positiva e cittadinanza: siamo tutti cittadini, con eguali diritti e doveri, senza distinzioni di classe, di religione, di etnia. Non ci sarà così più maggioranza e minoranza”.
Purtroppo almeno per i cristiani iracheni, e non solo, questo sembra essere un orizzonte ancora troppo lontano…
“Per il momento il futuro dei cristiani in Medio Oriente è oscuro. Vanno per questo motivo sostenuti a restare nelle loro terre. Magari attraverso dei gemellaggi tra comunità ecclesiali, parrocchie. Non è questione di denaro ma di sostegno umano e spirituale. La loro presenza è importante perché sono capaci di relazioni, di apertura mentale, fattori apprezzati ed importanti anche per i musulmani. La fuga dei cristiani dalla regione sarebbe una grave perdita anche per l’Islam, quello vero, non certo quello propugnato dai gruppi fondamentalisti armati”.

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