giovedì, ottobre 31, 2013

 

Duplice attentato in Iraq: 24 morti. Il nunzio a Baghdad: disarmare i terroristi


La violenza in Iraq non ha pause. Ieri un duplice attentato kamikaze è stato sferrato contro i soldati iracheni e i membri delle milizie anti al-Qaeda a Tarmiyah, città a circa 50 chilometri a nord di Baghdad: i morti sono almeno 24. In questo clima, è stato accolto con gratitudine nel Paese l’appello di pace del Papa alla fine dell’udienza generale di ieri. Parole di speranza, ma che racchiudono anche tutto il dramma che sta vivendo l'Iraq, ancora alla ricerca di stabilità.
Per un commento sull'appello del Papa, Salvatore Sabatino ha intervistato mons. Giorgio Lingua, nunzio apostolico in Iraq e Giordania


Bè, innanzitutto, un sentito ringraziamento al Santo Padre per questo appello che mi sembra più che mai opportuno. Infatti, statistiche non ufficiali parlano di circa 7.000 morti dall’inizio dell’anno a causa di attentati terroristici: quindi, c’è veramente bisogno di una maggiore riconciliazione, di pace, di stabilità. Credo che sia stato più che opportuno richiamare l’attenzione, invitare tutti alla preghiera perché non c’è molto che si possa fare se non, appunto, confidare nell’aiuto di Dio.
Qualche giorno fa, in occasione dell’apertura dell’anno accademico dello Studio teologico interdiocesano di Fossano, lei ha presentato un lungo rapporto in cui elenca tutti i pericoli che corre la minoranza cristiana in Iraq, ma invita anche alla speranza. Ecco: qual è il sentimento predominante tra i cristiani in Iraq, la sfiducia o proprio la speranza?
Direi che è difficile parlare proprio di speranza, quando si vede la realtà tragica che ci circonda. La speranza è una virtù, una virtù cristiana che a volte è forse nascosta nel cuore di ogni cristiano; ma mi pare di poter dire che c’è. C’è quando la si vede e quando la si sente nell’ottica della fede. Non c’è speranza se non c’è fede.
La storia contemporanea ci insegna che i cristiani in Iraq sono stati decimati dalle violenze, ma soprattutto dalla paura: moltissimi sono andati via dal Paese. Si può parlare, secondo lei, di persecuzione dei cristiani in Iraq?
In questo momento mi sembra esagerato parlare di persecuzione. Si può forse parlare di discriminazione, ma non è più come negli anni passati in cui erano specificamente oggetto di attentati terroristici: in questo momento stanno vivendo la tragica realtà di tutti i cittadini iracheni, in cui purtroppo non si riesce a porre fine a questi atti di violenza che spesso non sono neppure rivendicati e non si capisce bene quale ne sia la radice e la motivazione.
Quella della comunità cristiana in Iraq è una storia millenaria, risalente addirittura al primo secolo dopo Cristo. Proprio per questa loro presenza storica i cristiani, seppure suddivisi in una grande varietà di confessioni e di riti, sono sempre stati molti rispettati nel Paese. Oggi come vengono visti e che ruolo svolgono?
Mi sembra di percepire un grande apprezzamento nei confronti dei cristiani, per quello che hanno fatto e per quello che sono. E' gente che lavora, gente onesta che ha contribuito e contribuisce al bene del Paese. Purtroppo, essendo un piccolo numero alcune volte un po’ emarginato e un po’ discriminato, è chiaro che si trovano a vivere una situazione difficile e non sempre si sentono apprezzati per quello che hanno fatto e per quello che sono.
Una delle maggiori difficoltà che vive il Paese in generale, quindi non solo la comunità cristiana, riguarda soprattutto la mancanza di sicurezza. Come si vive la quotidianità in un Paese in cui la protagonista assoluta è la violenza?
Alcuni giorni fa si è svolto ad Amman un convegno internazionale di donne cattoliche; partecipava anche una ex ministro irachena, il ministro del’Immigrazione, la dottoressa Pascale Warda. Lei diceva, in un modo molto drammatico, che ogni sera con suo marito ringrazia il Signore perché i figli sono tornati. Questa è la realtà che vivono le famiglie: una grande incertezza e una grande gratitudine a Dio quando vedono tornare i figli la sera.
Lei è convinto che per arrivare a questa tanto sperata normalizzazione si debba creare innanzitutto occupazione, puntare sulla cultura e sul benessere in generale. Il governo ha dimostrato sensibilità in questo senso, ma sicuramente si può fare di più. Cosa?
Senza dubbio, bisogna agire sul disarmo della popolazione, dei gruppi terroristici; avere quindi un maggior controllo del territorio, perché finché non si riesce ad assicurare la pace, ad evitare questi attentati terroristici, c’è poco che si possa fare.
Un’ultima domanda: come vede il futuro per la Chiesa irachena?
Il futuro dipende molto dalla situazione politica. Io ho detto più volte che ho speranza perché credo che il Signore abbia guardato, fin dall’inizio della storia della salvezza, a questo Paese e quindi credo che non se ne sia dimenticato. Quello che il popolo iracheno sta attraversando è una prova che potrà far maturare di più la comunità cristiana e farla ritornare ad una maggiore autenticità evangelica.

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