mercoledì, settembre 18, 2013

 

Patriarca Sako ai politici cristiani: Siate uniti per il bene della comunità e del Paese


"I cristiani devono unire i loro sforzi per mantenere la coesione nazionale e difendere il diritto alla libertà religiosa come una componente fondamentale della società irachena".  È quanto sottolinea sua Beatitudine Mar Luis Rapahel Sako, patriarca caldeo, in occasione delle elezioni per il rinnovo del parlamento del Kurdistan, in programma per il 21 settembre. Nella sua lettera ai politici cristiani, il prelato indica alcune linee guida su come migliorare la situazione del Paese, vittima degli odi confessionali ed etnici che da gennaio hanno provocato oltre 5mila morti. Per il patriarca i cristiani si sentono in pericolo. Essi vendono le loro case ed emigrano all'estero. "Questa - afferma - è una grave perdita non solo per la comunità cristiana oramai dimezzata, ma per l'intero Paese".
Secondo gli analisti queste saranno le votazioni più importanti nella storia della regione, che in gennaio ha iniziato l'esportazione diretta di greggio sui mercati mondiali attraverso la Turchia, sfidando in modo aperto il governo centrale che rivendica il "pieno controllo" del petrolio in Iraq. I successi economici non hanno però fermato la disgregazione della società. La spaccatura tra i due partiti principali, il Partito Democratico Curdo (KDP), guidato dal presidente in carica Mas'ud Barzani  e l'Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), partito fondato da Jalal Talabani, attuale capo di Stato, potrebbe favorire i partiti islamici finora all'opposizione, Unione Islamica e Gruppo Islamico, con gravi rischi per la minoranza cristiana più volte bersaglio degli islamisti, con attentati e omicidi mirati.
Di seguito il testo della lettera inviata dal patriarca Sako ai politici cristiani.
Mi rivolgo a voi con amore e rispetto, in vista delle elezioni parlamentari in Kurdistan, partendo dalle mie preoccupazioni per la sorte dei cristiani e non per intervenire nella politica. Desideravo organizzare un incontro per raccoglierebbe i politici cristiani, che non si è riusciti ad organizzare a causa delle troppe responsabilità nella Chiesa e l'assenza di un team di lavoro nella curia patriarcale. Per questa ragione scrivo questa lettera suggerendo alcune idee per unire gli sforzi dei cristiani invitandoli a mantenere da un lato la coesione nazionale e dall'altro di portare avanti la difesa dei diritti dei cristiani come un valore per la società irachena.
La fragilità della sicurezza e dell'identità nazionale, gli scontri e l'instabilità, mettono a rischio tutti i cittadini, ed i cristiani in modo particolare. Finora non vi sono segni che lascino intendere sicurezza o un futuro migliore. Essi hanno venduto le loro case, i terreni ereditati dai loro padri e sono emigrati per trovare un luogo migliore per i loro figli. Questa è una grande sfida, ma anche una perdita per chi parte e per tutto l'Iraq. Secondo il censimento del 1987 i cristiani erano 1.264.000, oggi sono meno della metà. Se circa 600mila sono fuggiti, chi ha deciso di restare ha bisogno di aiuto, di coraggio, ma ciò va realizzato in modo pratico, con metodo e vi è la necessità di un team specializzato che studi e analizzi il problema e suggerisca nuove soluzioni.
Possiamo migliorare la situazione delle nostre città e dei nostri villaggi, costruire abitazioni, strade e creare lavoro affinché i cristiani non emigrino? Perché non si incoraggiano i membri ricchi della comunità ad investire nelle proprie zone?
In che modo si può introdurre nel Paese e nel governo del Kurdistan il rispetto della libertà religiosa e dare ai cristiani gli stessi diritti dei musulmani?
Come possiamo partecipare in modo attivo nella politica per servire il bene comune e non gli interessi personale?
E' possibile riunire tutti i partiti cristiani sotto un unico nome, ad esempio "Unione nazionale cristiana irachena"?
Oggi servono unità, familiarità e solidarietà. Restando uniti potremmo lanciare una campagna nazionale, che potrebbe avere come slogan: "La pace e la convivenza pacifica, il rispetto di tutte le religioni e le confessioni, per diffondere uno spirito di libertà e vera democrazia".
Perché non si costituisce un "consiglio politico cristiano" che si faccia carico degli affari dei cristiani e di seguire i problemi della comunità.
 Dobbiamo incoraggiare i cristiani della diaspora ad iscriversi nelle ambasciate irachene e ad avere un proprio passaporto per mantenere il loro diritto di voto, utile in tempo di elezioni.
Occorre sollecitare i cristiani ad entrare in altro partiti, a candidarsi in altre liste, non solo in quelle cristiane, soprattutto in occasione delle elezioni del 2014 in modo da aumentare i parlamentari membri della nostra comunità.

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