lunedì, settembre 30, 2013

 

Ondata di attentati in Iraq: 60 morti. Mons. Warduni: c'è paura per il futuro


In Iraq, è salito ad almeno 60 morti il bilancio provvisorio delle 12 esplosioni con autobomba, stamani a Baghdad. Oltre 100 i feriti. Gli attacchi, secondo la polizia locale, hanno colpito perlopiù la comunità sciita. Già ieri a Musayyib, 60 km a sud della capitale, un kamikaze si era fatto saltare in aria provocando il crollo del soffitto della moschea sciita dove si stavano celebrando le esequie di un uomo ucciso sabato da miliziani: almeno 40 le vittime. Una ventina invece erano state registrate ad Hilla, città meridionale a maggioranza sciita. E a Erbil, nel Kurdistan, un gruppo armato aveva fatto irruzione nella sede dei servizi di sicurezza locali, provocando altri 6 morti. Una scia di sangue che conta almeno 800 vittime soltanto a settembre e 6 mila morti dall’inizio dell’anno per le tensioni interconfessionali tra la maggioranza sciita al potere e la minoranza sunnita.
Un’ondata di violenza che ha raggiunto i livelli del triennio di sangue 2006-2008. Sulla situazione attuale, Giada Aquilino ha intervistato mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad dei caldei:
Sta succedendo il caos. Ci preoccupiamo, perché non sappiamo cosa e per quali motivi stia accadendo. Alcuni dicono a causa delle elezioni, che ci saranno fra un anno, altri dicono si tratti di contraddizioni non soltanto religiose, ma di interessi e divisioni fra partiti. Noi non lo sappiamo. Si tratta comunque di cose che non sono per il bene dell’Iraq né degli iracheni e che fanno male a tutti.
Questa violenza, quindi, non è solo da ricondurre a tensioni interconfessionali?
E’ anche questo, ma non solo. L’aspetto interconfessionale è molto chiaro, ma ci sono altre cause sia interne sia esterne: contro l’Iraq, contro la sua unità, contro i suoi interessi.
Come si è arrivati a questo punto?
Se non c’è un governo forte, che possa mandare avanti le cose, si moltiplicano gli atti terroristici, che fanno paura a tutti. Noi chiediamo solo alla gente di stare tranquilla, di pregare. La gente però se non ha la sicurezza, se non ha la pace come può vivere sempre con questa ansia di non sapere quando possa scoppiare una macchina, un’autobomba o quando ci sia un kamikaze? Che il Signore ci protegga. La maggioranza delle persone però vuole uscire dal Paese, c’è un grande flusso migratorio. Ieri, per esempio, c’è stato uno scoppio nel Nord, il posto più sicuro in Iraq al momento. E quando la gente vede che non c’è più alcun posto sicuro, cosa può fare per proteggere la propria vita, la propria famiglia, il proprio lavoro, il proprio futuro?
La situazione in Siria si rispecchia anche in Iraq?
Sì, certamente c’è un’influenza e certamente c’è una guerra interconfessionale. Da noi ci sono entrambe le parti. Siamo al confine. E ci sono sia le armi sia i terroristi. Noi stiamo pregando molto, chiedendo l’aiuto di Dio, perché ci sia la pace e la sicurezza per tutti quanti.
Qual è la situazione dei cristiani al momento?
In Iraq, adesso non abbiamo direttamente grandi problemi, ma abbiamo paura per il futuro, perché non si sa quando ci saranno attacchi contro di noi o contro le nostre chiese. Ogni tanto, comunque, si sente una minaccia contro quella chiesa, contro quella persona.
Com’è impegnata la Chiesa irachena?
Da una parte, dice alla gente di non andare fuori, di non emigrare; dall’altra, ci sono le difficoltà quotidiane per le quali non si sa come fare. Ci vuole coraggio e eroismo. Preghiamo il Signore e diciamo: “Noi siamo qui, anche fino al martirio; siamo pronti”.

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