martedì, settembre 17, 2013

 

Iraq, mai così tanti morti dal 2007. Il patriarca Sako: Tutto si confessionalizza, non c’è uno spiraglio di unità


A seguito delle autobombe esplose ieri in 7 città irachene sale a 5612 morti il bilancio annuale delle vittime. Il 2013, dopo soli 8 mesi e mezzo, si conferma l'anno più sanguinoso dal 2007 ad oggi. "Nella popolazione non c'è volontà di perdonare o voltare pagina - spiega ad AsiaNews il patriarca caldeo, Mar Louis Raphael Sako - sciiti, sunniti, curdi, arabi..tutto tende a frammentarsi e a confessionalizzarsi".
All'ombra dell'emergenza siriana, la recente ondata di violenze religiose in Iraq ha prodotto oltre 3mila vittime dall'inizio dell'estate. Con una media in aumento di 36 civili al giorno, il mese di settembre si appresta a raggiungere il bilancio più sanguinoso degli ultimi 5 anni: nella sola giornata di ieri, 11 differenti attacchi su tutto il territorio hanno causato 67 morti.
Secondo iraqbodycount.org, sito impegnato a documentare ogni attentato dall'inizio del conflitto, il bilancio dei civili in 10 anni d'instabilità oscillerebbe tra i 114mila e i 125mila innocenti. Il ritiro statunitense nel 2011, e il conseguente passaggio dei poteri alle autorità sciite irachene ha contribuito a peggiorare tale tendenza, riaccendendo l'odio religioso della minoranza sunnita.
In aggiunta a ciò, il vicino conflitto siriano, con le sue degenerazioni confessionali, ha contribuito a una ripresa delle violenze religiose anche tra i gruppi iracheni. "La situazione regionale è molto complessa e la crisi in Siria ne è la riprova - spiega il patriarca Sako - In Iraq e in tutto il Medio oriente, sembra che mani esterne agiscano per alimentare odio e violenza facendo leva sulle frammentazioni etnico-religiose".
Anche il parlamentare cristiano Yonadam Kanna, leader dell'Assyrian Democratic Movement, spiega ad AsiaNews che "le violenze nel Paese, soprattutto a Baghdad, sono il riflesso diretto del conflitto settario che si sta consumando in Siria; oltre che la partita irachena di uno scontro su più ampia scala tra le monarchie sunnite del Golfo e l'asse sciita di Tehran-Damasco-Hezbollah". E prosegue: "La gente in Siria non piange per il regime ma per il collasso dell'istituzione statale; in tale quadro rischia di essere compromessa anche la stabilità del Libano, della Giordania, dell'Iraq e della Turchia. Grazie a Dio è stato almeno evitato un intervento armato esterno".

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