martedì, marzo 26, 2013

 

Kurdistan, mons. Warda: Europa non dimentichi i cristiani del Medio Oriente


A dieci anni dalla caduta del regime di Saddam Hussein, il Kurdistan, nel nord iracheno, vive una situazione di relativa calma, lontana dalla violenza che agita ancora Baghdad e le altre città. E’ a Erbil, capitale ma anche provincia del Kurdistan, che si trova la comunità cristiana più grande dell’intero Paese, in tutto 6.000 famiglie. Nelle altre due province, quella di Sulaimaniya e quella di Dohuk, in totale se ne trovano circa 4.500. La maggior parte di loro si è insediata in Kurdistan negli ultimi anni, in fuga dal conflitto tutt’ora in corso in Iraq. Nonostante si viva con maggiore sicurezza, però, anche i cristiani del Kurdistan lasciano le loro case.
Lo conferma l’arcivescovo caldeo di Erbil, mons. Bashar Warda, intervistato da Francesca Sabatinelli:

Il problema in Iraq dipende dall’instabilità politica, che pregiudica la vita quotidiana non solo dei cristiani, ma di tutti gli iracheni. Le persone soffrono per tutto questo, ovviamente, in quanto minoranza gli effetti negativi sono più visibili sui cristiani. Non c’è la percezione della sicurezza, questo è ciò che vive ogni cristiano, la maggior parte delle famiglie sono dovute emigrare tre volte negli ultimi 40 anni. Certo, la situazione in Kurdistan è migliore, non c’è paragone con il resto dell’Iraq. Qui, si vive con la sensazione di essere in sicurezza, in una comunità come Ankawa (quartiere cristiano di Erbil - N.d.R.), che è a maggioranza cristiana, con cinquemila famiglie ci si sente a proprio agio. Si può viaggiare, si può andare nel resto del Kurdistan ogni volta che si vuole. In ogni caso, però, questo grande conflitto politico contamina tutti gli iracheni. E se parliamo dei cristiani, in quanto minoranza vengono colpiti più degli altri.
Qui, in Kurdistan, come vivono i cristiani? C’è discriminazione ad esempio sotto il profilo lavorativo?
Non voglio parlare di discriminazione contro i cristiani. La mancanza di lavoro dipende anche dal fatto che, arrivati qui perché fuggiti dall’Iraq, non parlano il curdo, ecco perché noi come Chiesa abbiamo cercato di sostenerli aprendo corsi di lingua curda. La situazione è diversa per coloro che sono più qualificati, che hanno una laurea: il governo regionale del Kurdistan cerca di incentivarli, di non farli partire.
Sappiamo che molti cristiani iracheni sono arrivati in Kurdistan negli ultimi anni, in molti però ora lo stanno lasciando, proprio a causa delle difficoltà di cui parla lei…
Il Kurdistan è nel cuore del Medio Oriente e sappiamo che si tratta di una zona instabile. Confiniamo con la Siria, con tutta la sua violenza. I cristiani avvertono che l’area non è in sicurezza, non c’è futuro, emigrano dalla Siria, dalla Turchia, dall’Iraq, dalla Giordania. La Chiesa più di una volta ha denunciato la drammatica emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente, più di una volta ne ha parlato come di una grande sfida. Certo, dall’Iraq emigrano più cristiani che altrove. Chi lascia il Kurdistan non è perché vive male, ma per questo senso di instabilità che attraversa tutta la regione. Anche perché sappiamo che qualsiasi cosa accadrà in Siria riguarderà tutti, non è un segreto. I cristiani me lo ripetono: siamo stanchi, ne abbiamo abbastanza di tutti questi cambiamenti. Per loro, questi cambiamenti sono forzati, li subiscono, non sono una scelta.
Quanto è difficile per lei, arcivescovo di Erbil, svolgere il suo ministero qui?
Ho vissuto a Baghdad, sono nato lì, ho visto la violenza, i miei parrocchiani erano tremila famiglie, dopo il 2005 è iniziato l’esodo. Alla fine del 2006, erano scesi a mille famiglie, oggi sono ancora di meno. E’ difficile assistere a tutto questo, assistere alle Messe senza fedeli, al catechismo senza ragazzi, alla chiusura delle Chiese alle sei del pomeriggio, all’eliminazione di qualsiasi attività pastorale... In un certo modo, vedi la tua Chiesa morire e non ti resta che accettare la realtà e restare al tuo posto. Nel 2010, sono stato nominato vescovo di Erbil. A Baghdad e a Mossul chiudevano le chiese, io qui dovevo aprirne delle nuove. Fino ad oggi, non siamo riusciti a costruirne neanche una per mancanza di soldi, su di noi pesa persino la crisi economica in Europa. Speriamo per il prossimo anno se ne possa finire almeno una, per 1.200 famiglie che oggi non hanno una parrocchia. A volte mi dico: trent’anni fa a Baghdad sono state costruite chiese che oggi sono quasi vuote e mi chiedo cosa ne sarà tra trent’anni di un complesso costruito qui e per il quale magari sono stati spesi tre milioni di dollari. Dobbiamo ripetere la stessa esperienza di Baghdad e Mossul? Guardare svuotarsi le nostre chiese? E’ anche vero che quest’anno il governo regionale del Kurdistan ha accettato di finanziare la costruzione di una chiesa a Ankawa, in un distretto dove vivono mille famiglie cristiane. Per luglio, forse, inizieranno i lavori. Quindi, posso dire che se da una parte il nostro paese presenta un’immagine triste, dall’altra ci sono anche buone notizie.

E quanto è difficile la convivenza con la maggioranza musulmana?
Devo dire che non è difficile, in Iraq come qui in Kurdistan, c’è un rapporto quotidiano, abbiamo vissuto insieme per secoli. Naturalmente, in questa situazione di caos e di precarietà, successiva al 2003, ci sono gruppi che hanno attaccato i cristiani: per ragioni politiche, economiche e sociali. Certo, non possiamo ignorare che c’è chi ha perseguitato i cristiani in quanto tali. Per quanto mi riguarda con la comunità islamica di qui ho ottimi rapporti, partecipo in moschea ai loro eventi, e stessa cosa fanno loro, per Natale, per Pasqua. L’Iraq è una maggioranza di minoranze. Ci sono le tribù, le ideologie, i partiti, qualsiasi governo al potere deve avere come obiettivo il mantenimento del dialogo tra le differenti comunità. Qui, in Kurdistan, hanno una strategia in questo senso, incoraggiano il dialogo e la tolleranza, sia a parole che con i fatti. Da parte mia, io sollecito i Paesi europei e le istituzioni europee a tenere alta l’attenzione sui cristiani del Medio Oriente: c’è bisogno della diversità in questa area, e non perché noi cristiani siamo storicamente qui, ma perché un Medio Oriente fatto di una o due comunità sarebbe un disastro. Io incoraggio l’Europa a impegnarsi fortemente per il Medio Oriente, non soltanto a parole durante circostanze ufficiali. Il Medio Oriente deve entrare nella loro agenda. Ci sono comunità che sono andate via, che stanno diminuendo sempre più, sarebbe troppo duro accettare una totale evacuazione dal Medio Oriente.

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