sabato, marzo 23, 2013

 

Aspettiamo il Papa in Iraq

By SIR

La commozione del Pontefice per le persecuzioni: 950 martiri e 57 chiese attaccate. Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei (Baghdad): ''I cristiani iracheni hanno bisogno della sua presenza per essere confermati nella fede e nella speranza''
“L’udienza è durata venti minuti. In questo tempo ho potuto constatare come Papa Francesco sia veramente un padre gentile, vicino alla gente, un pastore ricco di bontà. Venti minuti, volati in un attimo”.
Così Louis Raphaël I Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei (Baghdad), racconta al Sir l’udienza del 21 marzo con Papa Francesco. Un colloquio “cordiale” nel quale il patriarca di Baghdad ha descritto al Pontefice la situazione irachena, quella dei cristiani locali ed espresso la necessità di raggiungere quanto prima “sicurezza e stabilità”. Dopo dieci anni dalla seconda guerra nel Golfo, scoppiata il 20 marzo del 2003, infatti, il Paese non ha ancora ritrovato del tutto la strada della completa rinascita e ricostruzione.
Al termine dell’udienza, Daniele Rocchi, per il Sir, ha posto alcune domande al patriarca Louis Raphaël I Sako.

Patriarca, cosa ha detto a Papa Francesco?
“Gli ho parlato della Chiesa perseguitata in Iraq, dei suoi 950 martiri e delle sue 57 chiese attaccate. E mentre parlavo gli ho visto le lacrime scendere sul suo volto e sentito la sua voce che ripeteva ‘perché, perché?’. Abbiamo parlato dell’importanza del dialogo islamo-cristiano, specialmente per noi che viviamo in Paesi a maggioranza musulmana. Il Papa mi ha detto che il dialogo è difficile ma possibile. Al termine dell’udienza l’ho invitato in Iraq…”.
Invito fatto al Papa anche dal ministro dell’Ambiente iracheno, il cristiano Sargon Lazar, che ha partecipato alla celebrazione di inizio pontificato…
“Mi ha risposto che verrà volentieri. Noi lo aspettiamo. L’Iraq ha bisogno di lui, i cristiani iracheni hanno bisogno della sua presenza per essere confermati nella fede e nella speranza. Ho detto al Papa: ‘Lei dona senso e speranza alle nostre vite nonostante le difficoltà. Preghi per l’Iraq’”.
Dopo essere stato ricevuto in udienza e dopo averlo seguito in questi primi giorni di pontificato che idea si è fatto di Papa Francesco?
“Di un uomo ricco di cuore e di grandi motivazioni. Francesco è un padre che porta il Vangelo alla gente di oggi. Quello che sto vedendo in questi primi giorni è una continua catechesi fatta di gesti e parole semplici, come usava fare Gesù che parlava diretto al cuore degli uomini con termini come servizio, tenerezza, misericordia, accoglienza, aiuto, perdono. Questa è l’essenza del Vangelo. Il Pontefice sente la preoccupazione di portare il Vangelo alla gente di oggi e di come parlare di pace e di amore”.
Sono molti coloro che da questo pontificato si aspettano un rinnovamento della Chiesa, è d’accordo?
“Certamente. Il suo esempio e la sua guida mi aiuteranno anche nel tentativo di rinnovare la Chiesa caldea. Sarà necessario molto impegno. Il messaggio della Chiesa deve essere incarnato nei tempi presenti”.
Tempi presenti ancora carichi di ombre per l’Iraq. Sono passati dieci anni dallo scoppio della Seconda guerra del Golfo, 20 marzo 2003. Cosa è cambiato nel suo Paese?
“Oggi abbiamo tanta libertà, ma mancano ancora la sicurezza, sebbene sia migliorata, e la stabilità. Ciò che serve al nostro Paese è la riconciliazione fra i politici, un passo essenziale per garantire stabilità. Altrimenti il rischio divisione è dietro l’angolo”.
Come favorire questo passo fondamentale per le sorti irachene?
“Ho detto al Santo Padre della mia intenzione di favorire questa riconciliazione fra gruppi politici, fra Governo e Opposizione, fra Governo centrale e quello curdo. Urge un dialogo sincero e coraggioso. Erano tutti presenti a Roma alla cerimonia di intronizzazione del Papa. Il primo Ministro, Nuri al-Maliki, ha ripetuto quello che io stesso avevo detto in precedenza nel mio insediamento, ovvero dell’urgenza della riconciliazione. Andrò a trovare il premier per parlare di questa necessità. Se ci saranno iniziative volte al bene comune il popolo avrà più rispetto per la politica”.
Quale eredità lascia questa guerra al suo Paese? Forse la democrazia?
“Una guerra non è mai positiva. Mai. La guerra distrugge e uccide. La democrazia non si può imporre con le armi ma con l’educazione e la formazione del popolo. Ma ci vuole tempo così come richiede tempo fare riforme e cambiamenti. In Iraq abbiamo avuto una brutta esperienza ed ora la stessa cosa sta accadendo in Siria e in Egitto. Questi Paesi devono imparare dalla esperienza irachena. Le riforme non si fanno con le armi, ma con il dialogo”.
Che Pasqua sarà, quella prossima, per l’Iraq?

“Pasqua è la festa della speranza, della vittoria sulla morte. Pasqua vuol dire anche passaggio: io spero che sia la festa del passaggio a una vita migliore per l’Iraq, senza i problemi che oggi l’attanagliano. La mia preghiera è che sia per noi cristiani un motivo forte per riscoprire la nostra identità. Cristiano significa essere testimone di gioia e di speranza, di fiducia e di servizio. Da questo punto di vista auspico un maggiore coinvolgimento dei nostri fedeli nella vita pubblica. Devono restare in Iraq e contribuire al suo sviluppo”.

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