martedì, settembre 25, 2012

 

Libertà religiosa: l'ora di una svolta vera

By Avvenire
by Riccardo Redaelli

L'attentatore suicida che si è fatto esplodere domenica in una chiesa in Nigeria è solo l’anello più recente di una lunga catena di stragi, attentati, intimidazioni, violenze, pressioni. Una catena lorda di sangue ma soprattutto pesante da portare. Come un giogo imposto alle minoranze cristiane in Africa e Asia per indurle a piegarsi alla violenza, a ridurre la loro visibilità, a rinunciare a professare la loro fede a viso aperto. Eppure, per quanto pesante, questo giogo umilia non tanto chi è costretto a portarlo, ma chi cerca di imporlo professando la violenza contro le minoranze religiose nel mondo islamico. O anche solo chi, da quelle violenze, distoglie lo sguardo rimanendo afono – come troppi fanno in Medio Oriente e in Occidente – o si rifugia nelle condanne formali.
Derubricando a fatti locali, vendette private, tensioni tribali, reazioni scomposte a provocazioni quella che invece emerge come una delle emergenze maggiori della politica internazionale contemporanea: la violenza religiosa che tende a cancellare la molteplicità identitaria e che considera la mescolanza di comunità e fedi come un pericolo e non già una ricchezza per gli Stati.
Eppure la storia recente ci ha mostrato come le società del Medio Oriente si isteriliscono in un dogmatismo violento quando rinunciano – o sono costrette a farlo – alla compresenza di più comunità. Basti pensare alle sofferenze vissute per anni dall’Iraq, ove lo scontro senza quartiere fra sciiti e sunniti ha travolto tutte le altre minoranze religiose, dai sabei agli yazidi ai cristiani. Il Paese oggi è più povero culturalmente e socialmente: è come se molti iracheni avessero disimparato a vivere assieme. Quando invece, la base di una società plurale sta proprio nel «desiderio di conoscere l’altro», come ha ribadito efficacemente Benedetto XVI durante il suo viaggio in Libano.
Chi semina l’odio all’interno del mondo islamico non solo non ha questo desiderio, ma addirittura ha l’orrore della diversità, illudendosi che la forza di una società stia nella forzata uniformità, nel dogmatismo che rifiuta l’altro. Una via sbagliata che va contrastata con più decisione dalla comunità internazionale.
Ben venga allora l’ottima iniziativa che si apre il 27 settembre a New York, a margine della riunione plenaria delle Nazioni Unite, su diritti umani e libertà religiosa. Un evento voluto con determinazione dall’Italia e dal nostro ministro degli Esteri, Giulio Terzi, che presiederà, assieme al suo omologo giordano, i lavori, con oltre cento rappresentanti da tutto il mondo.

Non possono esistere diritti umani reali senza libertà religiosa. Ma questa libertà non deve essere solo scritta nelle costituzioni o nelle leggi, si deve tradurre in sicurezza concreta per le comunità religiose minoritarie. In un mondo sempre più interdipendente e osmotico, non devono essere più tollerate non solo la violenza esplicita, ma anche le omesse protezioni, le pressioni indirette contro le minoranze. Di quale libertà si può parlare se non vi è sicurezza? Se il solo fatto di abbracciare una fede minoritaria  – e non pensiamo certo solo ai cristiani – ti espone al pericolo? È questo l’orizzonte a cui deve guardare l’azione politica internazionale: lavorare per isolare chi semina le violenze e rafforzare concretamente le garanzie di tutti i credenti. In ogni parte del mondo e da parte di tutti.
Anche delle comunità musulmane che in Europa rivendicano – giustamente – i loro diritti a vivere pienamente la loro fede. Tuttavia, sembra che le loro voci si sentano con maggior forza quando rivendicano diritti o condannano offese e insulti contro l’islam, mentre risultano molto più flebili – con qualche lodevole eccezione – quando si tratta di condannare le violenze contro le minoranze nei Paesi islamici, o di denunciare le vessazioni di chi viene accusato di apostasia o di aver voluto abbracciare una nuova fede.

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