venerdì, maggio 18, 2012

 

Iraq. Babilonia. Autopsia di un disastro

By Osservatorio Iraq, 18 maggio 2012
di Giovanni Andriolo

Il sito dell’antica città di Babilonia non trova pace. Dopo le razzie dei primi archeologi europei, le ristrutturazioni invasive di Saddam Hussein, le perforazioni nel sottosuolo per il passaggio degli oleodotti, l’occupazione delle truppe internazionali, la prossima minaccia potrebbe venire dal turismo. Ne parliamo con Paolo Brusasco.

Nelle scorse settimane Osservatorio Iraq aveva segnalato il degrado del sito dell’antica Babilonia, nell’attuale Iraq, uno dei più antichi e importanti centri abitati della storia dell’umanità.
Degrado dovuto, nell’ultimo secolo, a diversi fattori, non da ultimo la strumentalizzazione del sito a scopi politici, economici, militari.

Abbiamo intervistato Paolo Brusasco, archeologo e docente di Storia del vicino oriente antico all’Università di Genova, nonché autore del libro "Babilonia. All’origine del mito", il cui titolo del primo capitolo è eloquente: "Autopsia di un disastro".

Ci può raccontare quali danni hanno provocato le truppe internazionali che nel 2003 hanno “occupato” il sito dell’antica Babilonia?
Come suggerito dal rapporto finale Unesco del 26 giugno 2009 e dal mio personale ricordo del sito, i danni causati dalla base militare alleata (statunitense e polacca) Camp Alpha sono molto gravi per estensione e impatto sull’archeologia dell’antica capitale.
Dall’aprile del 2003 alla fine del 2004, la base, che contava almeno 2000 soldati, ha condotto le seguenti operazioni, tutte assolutamente invasive:
a) nel cuore stesso della città interna ove giacciono i resti più monumentali - il palazzo di Nabucodonosor II ( 604-562 a.C.) e la Porta di Ishtar – si è spianato addirittura con bulldozer un’area archeologica di ben 300.000 metri quadrati, il tutto ricoperto di ghiaia trattata chimicamente per limitare la polvere durante le operazioni militari e il passaggio di blindati;

b) i fragili resti in mattoni della Porta di Ishtar, cosi come il Palazzo Reale Sud, i templi di Ninmakh, di Ištar, di Nabu e le case babilonesi – già ristrutturati in età saddamiana -  hanno fortemente patito per le vibrazioni causate dalla vicina presenza di un grande eliporto, costruito nelle vicinanze direttamente sugli strati delle dinastie partico-sasanidi (II sec. a.C. – VII sec. d.C.);

c) dalla Porta di Ishtar, 9 pregiati mushkhush - i draghi-guardiani, simbolo del dio poliade Marduk, realizzati in mattoni a rilievo – sono stati gravemente danneggiati da razziatori verosimilmente interni alla base che hanno asportato parte dei fregi
d) molto esteso anche il danno alla Via delle Processioni, il tragitto rituale dove avvenivano le celebrazioni della Festa del Nuovo Anno babilonese, la cui pavimentazione in cotto risulta in più punti distrutta dal passaggio di blindati, camion, veicoli militari e la collocazione di barriere di cemento;
e) la creazione di infrastrutture militari di vario tipo, quali caserme, aree di rifornimento di carburante, trincee di difesa, barriere protettive create con contenitori HESCO (a maglie metalliche e tela), ha alterato la stratigrafia del sito; gli HESCO, in particolare, sono stati colmati con terreno archeologico di Babilonia e di altri antichi siti satellite, contaminando per sempre l’integrità dell’archeologia. 

Oltre ai danni provocati in loco, sembra che diversi reperti siano stati trafugati e portati illegalmente fuori dal paese: cosa ci può dire in proposito?
Ciò purtroppo è accaduto, ma non solo a Babilonia. Sin dalla Prima Guerra del Golfo del 1990-91, la maggior parte delle migliaia di siti archeologici dell’Iraq continua a subire la più grande spoliazione di tesori archeologici della storia.

E la razzia non si è arrestata. Una mia recente indagine, unitamente a quella di Neil Brodie della Stanford University, ha messo in evidenza una preoccupante rete di trafficanti, dai tombaroli locali ai ricettatori alle grandi case d’asta e siti web di antichità, sino ai fruitori euroamericani e giapponesi.

Un traffico illegale di centinaia di migliaia di dollari che si affianca, non senza connessioni, a quello della droga. A patire di più sono le migliaia di tavolette cuneiformi, di sigilli cilindrici e di amuleti vari che l’Interpol sta intercettando alle frontiere di molti stati occidentali, compreso l’Italia.
Per aggirare la legge che vieta il commercio di antichità irachene (UNSCR 1483), si utilizzano, in luogo di “Iraq”, fuorvianti definizioni geografiche circa la provenienza dei reperti (i.e. East Mediterranean, East Asia, Syria, ecc.); inoltre, attraverso astute triangolazioni con paesi mediorientali confinanti con l’Iraq gli oggetti vengono piazzati nei mercati internazionali.
Ma le truppe internazionali non si erano sistemate sul sito di Babilonia proprio per proteggere le rovine e i reperti?
Questo è quello che hanno sostenuto a loro difesa - nelle parole del loro portavoce, il colonnello John Coleman, capo-missione a Babilonia - come ho scritto nel mio libro.

Ma è evidente che una cosa è proteggere Babilonia con pattugliamenti esterni al sito, e ciò sarebbe stato sufficiente a garantirne una adeguata tutela;  altra cosa è impiantare una base militare sulle rovine stesse del sito.

A livello simbolico, ritiene che l’occupazione e la devastazione del sito di Babilonia abbia leso l’immagine delle forze internazionali?
Non lo ritengo solo io, ma tutta la comunità archeologica internazionale. Anche da parte americana, persino i neoconservatori più convinti, come l’allora sottosegretario alla Difesa Fred Iklé, riconoscono l’ingenuità del gesto e la conseguente perdita di prestigio.

Babilonia, in effetti, ha una forte valenza simbolica, non solo agli occhi degli iracheni ma per gli stessi Occidentali che la connotano come la patria del diritto, della scienza, della letteratura…, la prima città cosmopolitica della storia. Decostruire questo simbolo è stato un po’ come tranciare le proprie radici culturali, offendendo al contempo il popolo iracheno, e mostrandosi al cospetto del mondo come i nuovi barbari, emuli del famigerato re elamita  Shutruk-Nakhunte  che l’aveva razziata nel 1150 a.C.

Non avevano forse gli Stati occidentali e il Consiglio di Sicurezza dell'Onu a suo tempo deprecato le distruzioni dei Buddha di Bamiyan da parte del governo talebano dell’Afghanistan, tacciandole di oltraggio al patrimonio culturale?

Un martirio, quello di Babilonia, che inizia ben prima del 2003: dai primi scavi archeologici ai pesanti interventi di Saddam Hussein.
Certamente. La martoriata storia della riscoperta della città passa dagli scavi colonialisti di fine Ottocento diretti dal tedesco Robert Koldewey che, per conto della Deutsche Orient-Gesellschaft (Società Orientale tedesca), ha ricostruito al Vorderasiatisches Museum di Berlino gli spettacolari fregi della Porta di Ishtar e della Via delle Processioni, fino ai faraonici interventi negli anni Ottanta del Novecento dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein.

Questi vedeva nella città il luogo ideale, con la sua storia millenaria, per coniugare la sua propaganda politica di matrice baathista socialisteggiante col panarabismo guidato dal genio del grande Iraq, in un filo sottile che legava Saddam agli illustri antenati babilonesi Hammurabi e Nabucodonosor II.
Le ricostruzioni saddamiane – il Palazzo Sud, la Porta di Ishtar, il teatro greco, e vari templi cittadini – per quanto non filologiche e frutto del sogno megalomane di un dittatore, rendono comunque almeno in parte giustizia allo splendore che doveva rappresentare la città antica, purtroppo assai deteriorata dall’urto del tempo.
Nel suo libro, parla di “strumentalizzazione politica del patrimonio archeologico iracheno”: cosa intende con questa espressione?
Proprio quello che ho detto prima: la città in quanto simbolo intriso di profondi significati è stata via via  utilizzata dai vari interlocutori politici che ne sono venuti in contatto – i tedeschi, i governi iracheni e per ultimi gli americani – per mettere in atto un piano di autocelebrazione propagandistica, mirata più all’appropriazione del passato che a un suo effettivo rispetto e riqualificazione nel presente.   

Nemmeno il presente sembra promettere bene: quali pericoli minacciano oggi il sito di Babilonia?
Già, nuovi e continui pericoli minacciano il sito. Recentemente la costruzione di un nuovo oleodotto che attraversa le mura urbiche – una delle sette meraviglie del mondo antico - è davvero sconcertante, e non lascia ben sperare per il futuro.

Ma oltremodo dannoso è il rilancio di un turismo indiscriminato da parte dell’attuale governo di maggioranza sciita e del suo nuovo ministero del Turismo che sta soppiantando l’autorità del vecchio Dipartimento di Antichità (State Board of Antiquities and Heritage, SBAH), di matrice sunnita, l’unico legalmente preposto alla tutela della città. Inoltre, va purtroppo registrata la continua edificazione di giardini, aree da picnic….., e la crescente presenza di aree residenziali allocate agli impiegati della locale municipalità. 

Quali azioni, a livello sia governativo che internazionale, sono state intraprese a difesa del sito?
Di notevole interesse è il progetto “Futuro di Babilonia”, sotto l’egida dell’UNESCO, finanziato a partire dal 2009 con 700.000 dollari dell’ambasciata americana, in collaborazione con lo SBAH e il Fondo mondiale per i monumenti.

Anche se la collaborazione col Getty Museum lascia seri dubbi (viste le sue passate acquisizioni di antichità di provenienza illegale), il progetto è quanto meno apprezzabile poiché  finalizzato all’attuazione di un piano per la tutela del sito e per lo sviluppo di un turismo controllato.

Un risultato che tuttavia pare ancora molto lontano, e non privo di ombre, dal momento che sembra ostacolato dagli immediati  interessi economici legati al turismo e al petrolio.

L’eventuale inclusione di Babilonia nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco potrebbe aiutare a proteggere il sito? In che modo?
Sarebbe un passo fondamentale per offrire a Babilonia il tipo di finanziamento economico e la protezione, costante nel tempo, di cui necessita un sito di tale importanza culturale.
Ma prerequisito di tale iscrizione è la messa a punto di un efficace piano di tutela, col ripristino delle strutture monumentali, la cessazione di attività costruttive invasive e la limitazione del turismo.
Per attuare in tempi rapidi tutto ciò, a mio parere, sarebbe anche necessario un più forte coordinamento centrale da parte delle autorità irachene dello SBAH.

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