martedì, marzo 20, 2012

 

In diocesi: Il ricordo dei martiri uccisi nel mondo

By Roma Sette (Diocesi di Roma) 20 marzo 2012

La veglia di preghiera nella basilica di San Lorenzo fuori le mura in memoria dei missionari morti nel 2011. L'omelia del vescovo Marciante e la testimonianza di un seminarista iracheno di Nicolò Maria Iannello
«I martiri sono il segno di una fede autentica e audace e arricchiscono il tesoro della Chiesa». Con queste parole monsignor Giuseppe Marciante, vescovo ausiliare per il settore Est, ha ricordato il sacrificio dei 26 operatori pastorali morti nel corso del 2011 in occasione della «Veglia di preghiera in memoria dei martiri uccisi nel 2011» organizzata dal Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese, che si è svolta ieri, domenica 18 marzo, presso la basilica di San Lorenzo fuori le mura.
«Un martire in più rispetto al 2010», ha precisato il presule commentando i dati dell’Agenzia Fides, l’organo d’informazione delle Pontificie opere missionarie, che ogni anno pubblica l’elenco dei vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici uccisi in modo violento. Cifre che giungono da tutto il mondo e che rivelano che l’anno scorso non hanno risparmiato la propria vita per il Vangelo 18 sacerdoti, 4 religiosi e 4 laici.
Tema della veglia presieduta da monsignor Marciante è stato «Amando fino alla fine». Parole queste che rimandano «alla pericope di Giovanni in cui l'evangelista afferma che Gesù “amò i suoi fino alla fine”», ha precisato il presule. E amare fino alla fine «vuol dire dare la vita per i propri amici». Tuttavia il «sacrificio di Cristo non si esaurisce con la morte perché Gesù non sarebbe arrivato fino al dono di sé se con la morte tutto fosse finito». Al contrario «con la sua morte Cristo diventa «il fine che perfeziona e non la fine che consuma». Così i «martiri con il loro sacrificio indicano che Cristo è la meta da raggiungere e che in lui si compie la nostra fine».
Oggi sono molte le aree in cui i cristiani sono perseguitati, ha proseguito monsignor Marciante. Quattro nello specifico: «la zona del Pakistan dove è presente l’ultrafondamentalismo o quella dei paesi in cui si risente l’influenza del regime comunista, come la Cina». O ancora «alcuni paesi dell’Africa e dell’Asia in cui i cristiani sono percepiti come estranei e traditori delle culture locali». E non ultimo lo scenario europeo «dove esisitono forme di aggressione contro la Chiesa e i suoi rappresentanti».

Di un’area in particolare h
a parlato Laith Mtity, giovane seminarista iracheno della Chiesa Siro Antiochena Cattolica. Da tre anni nella Capitale, Laith è iscritto alla facoltà di teologia presso la Pontificia Università Urbaniana e con tono commosso ha ricordato la sua terra, l’Iraq, teatro di stragi e persecuzioni perpetrate ai cristiani «da parte dei terroristi e di persone che, per i loro interessi, vogliono seminare la divisione tra i diversi gruppi etnici, sociali e religiosi».
La chiesa in Iraq «soffre»,
ha affermato il seminarista, «a causa dell’insicurezza e della mancanza di pace». Sono stati molti gli attacchi rivolti «contro vescovi, preti e contro tantissima gente cristiana». Come «il rapimento dell’arcivescovo cattolico iracheno Paulos Faraj Raho della chiesa caldea di Mossul, il 29 febbraio 2008, trovato morto dopo alcuni giorni di trattative».
Dopo il ricordo dell’attacco di Syda al-Najat a Baghdad in cui sono morti 46 fedeli e due preti il 31 ottobre 2010, Laith ha fatto memoria anche di quegli attacchi verso la gente comune. Come l'uccisione «pochi mesi fa di una coppia in macchina con la loro figlia». In pochi istanti «delle mani inique hanno preparato un futuro oscuro per la piccola, uccidendo i genitori e lasciando la figlia orfana». Poi un ricordo personale: «Una volta, quando stavo andando alla messa domenicale ho dovuto camminare sul sangue delle persone morte a causa dell'autobomba esplosa la sera prima vicino alla parrocchia». Un momento molto forte per Laith, nonostante «quella non fosse la prima volta che vedevo il sangue o gli organi sparsi per la strada a causa della violenza».
In conclusione monsignor Marciante ha definito il martirio «una cosa seria, da rispettare e da pensare come un atto d’amore verso il popolo per cui si è missionari».

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