giovedì, maggio 19, 2011

 

Triplice attentato a Kirkuk: almeno 27 morti. Mons. Sleiman: la violenza in Iraq, monito per i Paesi del Nord-Africa

By Radiovaticana
di Gabriele Papini.

Una triplice esplosione si è registrata questa mattina nei pressi della sede della direzione di polizia di Kirkuk, a nord di Baghdad. Gli investigatori parlano di un agguato mirato: secondo una prima ricostruzione è stata fatta detonare a distanza una mina collocata sotto un’auto parcheggiata vicino alla centrale di polizia; quando sul posto sono giunti agenti e sanitari di pronto soccorso, è esplosa un’altra autobomba. Le vittime sono in maggioranza poliziotti. Un terzo ordigno è esploso sempre a Kirkuk al passaggio di un convoglio motorizzato che scortava un alto ufficiale della polizia. Secondo fonti ospedaliere almeno 14 persone sono rimaste ferite. La regione di Kirkuk, ricca di giacimenti petroliferi, è tra le aree più instabili dell’Iraq, anche a causa delle tensioni tra le differenti comunità locali. Intanto prosegue la caccia ai terroristi nel Paese. Fonti locali riferiscono della cattura avvenuta nelle ultime ore ad opera delle forze di sicurezza irachene di 5 leader di Al Qaeda tra cui 2 capi militari. Intanto la Gran Bretagna termina la sua missione in Iraq domenica, otto anni dopo aver iniziato una delle operazioni militari più criticate della sua storia, e dopo la morte di un totale di 179 militari.

Alla luce delle odierne violenze in Iraq, mons. Jean-Benjamin Sleiman, arcivescovo dei Latini di Baghdad, analizza la situazione oggi nel Paese del Golfo ad otto anni dalla fine del regime di Saddam Hussein, con uno sguardo attento anche alle attuali crisi nei Paesi di area arabo-islamica. L’intervista è di Giancarlo La Vella
"Forse, la lezione più importante che viene dall’Iraq è che bisogna essere molto cauti quando si parla di “primavera araba”: non basta una rivolta, non c’è una rivoluzione! Una rivoluzione ha un modello da imporre, un programma … Una rivolta è uno sfogo. Ho paura che il tutto sia manipolato. E’ caduto il regime in Iraq, ma il “dopo” finora non ha dato vere speranze! Non dico che non ci siano stati progressi importanti, ma l’Iraq non affronta ancora i suoi veri problemi: la sua unità, la distruzione delle sue risorse, la sua Costituzione, la sua riconciliazione … Quindi, questa è una lezione; ma per quanto riguarda quello che succede nel mondo arabo certamente, tutti siamo certamente contenti di liberare i popoli dalle loro dittature, dai regimi che li umiliano e li sfruttano; ma chi – in definitiva – ne approfitta? Cosa significa una rivoluzione di giovani dove il potere lo prende l’esercito? Cosa significa una rivoluzione che diventa una guerra civile? Forse ci vuole di più per avere una società riconciliata, una società che viva meglio "
Ancora una volta, un compito importante, fondamentale è quello della comunità internazionale
"Certo; soprattutto dell’Europa. Non so se mi è permesso di dirlo: bisogna lasciare da parte le ragioni di Stato e lavorare partendo dal bene comune del Mediterraneo nel suo insieme. Certamente ogni Stato, legittimamente, deve fare il proprio interesse; ma forse – in un paradosso evangelico – facendo l’interesse degli altri, farà meglio il suo."
Ci sono situazioni, poi, in cui è la gente comune che soffre maggiormente … Tornando all’Iraq: voi siete pastori della comunità cristiana che sta soffrendo in modo particolare …
"La situazione, oggi, in fondo, non è molto cambiata. Cambiano le forme di violenza. Per esempio, in questi ultimi tempi c’è stata molta violenza, anche se non se n’è parlato molto: ma fa molto male!"
L’unica via, quindi, è la fuga?
"No. Non è l’unica via. La consolazione, nel dolore, è la speranza, e penso che l’Iraq abbia bisogno di speranza; soprattutto i cristiani devono essere testimoni di speranza. La fuga non risolve i problemi!"

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