giovedì, gennaio 29, 2009
GIOVEDÍ 29 GENNAIO 2009
ore 21,00
Incontro pubblico su
IRAQ:QUALE FUTURO PER I CRISTIANI?
relatore MONS. SHLEMUN WARDUNI
moderatore d. Ermis Segatti
REFERENTE PER LA CULTURA ARCIDIOCESI DI TORINO
presso FONDAZIONE FEYLES
ROMA
Giovedì 29 gennaio alle ore 19.00
Intervengono:
S.E.R. MONS. LOUIS SAKO
Vescovo di Kirkuk dei Caldei
Mario Mauro
Vicepresidente del Parlamento Europeo
Rappresentante dell'Osce per la lotta alle discriminazioni
Rodolfo Casadei
Giornalista, autore del libro "Il sangue dell'agnello. reportage tra i cristiani perseguitati in Medio Oriente"
modera Roberto Fontolan, giornalista.
Hotel Columbus di Via della Conciliazione 33
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Kirkuk, una città contesa. Mons. Louis Sako, Arcivescovo caldeo
Monsignor Louis Sako, Arcivescovo caldeo di Kirkuk, ha accettato di parlare a Baghdadhope delle speranze sul futuro della sua città, contesa tra le aspirazioni del governo curdo che la reclama come sua capitale storica e quello centrale che la considera sua parte integrante.
Monsignore, in un nostro precedente incontro nel 2005 Lei aveva parlato di un processo di “curdificazione” di Kirkuk attuato attraverso una politica di favoritismo nei confronti dei curdi che l’avevano dovuta abbandonare a causa dell’opposto tentativo di “arabizzarla” da parte del regime di Saddam Hussein, ed addirittura di quelli che ormai da anni vivevano in Iran. A distanza di cinque anni questo processo continua o si è fermato?
“Non si è mai fermato. Kirkuk è una città a maggioranza curda ed anche il suo governo vede rappresentanti curdi nei posti di maggior rilievo.”
I curdi controllano anche la sicurezza della città?
“La sicurezza era affidata ai soldati curdi – i peshmerga – ed agli americani ma ora, con la politica di disimpegno delle truppe USA dalle città, la presenza delle forze del governo centrale sta aumentando.”
Ci sono problemi tra queste forze e quelle curde visto che Kirkuk è ancora contesa tra le due parti?
“No, perché anche i peshmerga fanno ormai parte dell’esercito iracherno.”
Potrebbe quindi definire la situazione a Kirkuk come tranquilla?
“Si. A Kirkuk la lunghissima storia di convivenza tra le diverse componenti etniche e religiose garantisce una tranquillità sconosciuta altrove.”
Sarà così anche se in futuro le pretese sul controllo di una città così ricca dovessero portare ad uno scontro tra le parti coinvolte?
In pratica fino ad ora ogni decisione sul suo status futuro è stata rimandata…
“Io penso che alla fine tutto si risolverà. È innegabile che Kirkuk è una città contesa, ma è altrettanto vero che la strada del dialogo fino ad ora intrapresa tra le diverse componenti ha dato i suoi frutti garantendo stabilità.”
Con gli incontri che Lei organizza ed i buoni rapporti che intrattiene con tutte le parti in causa è sicuro che in caso di scontri quelle stese parti sarebbero pronte a preservare la minoranza cristiana ed a difenderla da eventuali attacchi?
“Si. Ne sono convinto. Gli iracheni sanno, e ci dicono, che perdendo i cristiani perderebbero una parte importante della loro stessa identità nazionale. A Kirkuk, ma anche in altre parti del paese, i cristiani possono fungere da ponte, da componente mediatrice. Un ruolo da non sottovalutare. Certo, bisogna lavorare molto e costruire questi rapporti, un processo fatto di piccoli passi, di piccoli segni, ed anche di un uso abile e coerente delle parole e dei messaggi che noi come comunità esprimiamo, ed alle volte della forza di imporre il rispetto per il nostro essere cristiani ma innanzitutto iracheni.”
Può fare qualche esempio di queste parole e di questi messaggi?
“Nelle parole, ma soprattutto nei fatti, dobbiamo dimostrare di essere equidistanti tra le parti laddove equidistanti non significa indifferenti ma, anzi, interessati ad ascoltare le ragioni di ognuno per trovare un punto di accordo tra esse. Per quanto riguarda la richiesta di rispetto dei nostri diritti non dobbiamo temere di reclamarlo. Quando a Kirkuk – è successo due volte – un imam ha parlato contro i cristiani nella predica del venerdì io ho immediatamente chiamato il capo religioso chiedendo spiegazioni su un tale ingiustificato comportamento ed in entrambi i casi il messaggio del venerdì successivo si è trasformato da uno di intolleranza ad uno di fratellanza e rispetto.”
La sua volontà di dialogare con le parti è ricambiata?
“A parte gli inviti agli incontri che vengono accettati mi sembra che uno dei più chiari esempio di questa volontà risalga allo scorso Natale quando all’inizio della Santa Messa si è presentata in chiesa una delegazione di capi musulmani. Alla fine della celebrazione mi sono recato in prossimità della porta ed ho distribuito un fiore ad ognuno di loro. Un gesto commentato positivamente perché testimone dei nostri sentimenti di fratellanza e soprattutto di perdono. Un sentimento, quello del perdono, che i musulmani sempre riconoscono a noi cristiani ed ammirano. Un gesto che mi ha permesso di essere invitato a parlare in moschea dove ho trovato fedeli pronti ad ascoltare ciò che avevo da dire loro.”
E che cosa ha detto a quei fedeli musulmani?
“Ho ricordato loro che la prima protezione avuta dal Profeta Maometto è stata offerta dalla chiesa in Etiopia, una cosa che ha lasciato stupiti molti ma che ha anche permesso di ribadire i legami antichissimi che esistono tra le diverse religioni che convivono nella stessa area geografica.”
La legge elettiva per i consigli provinciali del settembre 2008 ha stabilito per Kirkuk la creazione di una commissione di 7 legislatori (uno dei quali cristiano) con il compito di presentare entro il 31 marzo prossimo una bozza di legge elettorale per la città per l’approvazione del Parlamento. Lei può dirci qualcosa dei lavori di questa commissione?
“Mi sembra di aver sentito dire che la bozza è stata già inviata a Baghdad ma sinceramente non posso essere più preciso di così.”
A dicembre del 2007 è stata stabilita per Kirkuk per quanto riguarda gli impieghi governativi una percentuale che assegna ad arabi, curdi, turcomanni e cristiani una quota fissa rispettivamente di 32-32-32 e 4%. Le quote sono rispettate?
“In linea di massima sì anche se, ad esempio, per i cristiani vige la regola di favorire di volta in volta chi si stima più vicino alla componente maggioritaria che controlla questo o quell’ufficio governativo.”
Eppure lo stesso Jalal Talabani ha affermato di volere far rispettare queste quote. Una promessa che suona simile a quelle di difesa dei diritti delle minoranze fatte in occasione dell’approvazione della legge elettorale e della cancellazione dell’articolo 50 che assicurava ad esse 15 seggi nelle prossime elezioni del 31 gennaio – elezioni da cui comunque Kirkuk è esclusa -. Che assicurazioni avete che queste quote verranno davvero rispettate e l’impiego dei cristiani venga “slegato” dalla loro vicinanza politica a questo o a quel partito?
“Sicurezza nessuna, speranze tante. Le stesse speranze che abbiamo che la situazione posa migliorare e diventare un giorno normale."
Torniamo alla questione dell’articolo 50 con un breve riassunto. Le minoranze religiose che secondo quest’articolo avrebbero dovuto avere 15 seggi alle elezioni provinciali, dopo vari cambiamenti e proposte hanno visto questi seggi ridursi a 6 in totale nelle 14 province interessate (escluse come si è detto quella di Tamim di cui Kirkuk è capitale e le tre province curde). I cristiani che all’inizio ne avevano assegnati 12 sono passati a tre ma, cosa più importante, non avranno diritto a rappresentanti nelle province di Erbil, Dohuk e Kirkuk.
Fermo restando che le elezioni provinciali a Kirkuk non si svolgeranno il 31 gennaio ma in data da definire, e che questo provvedimento di “taglio” è stato definito come temporaneo e suscettibile di cambiamento a seguito del censimento della popolazione irachena Lei pensa che sarà possibile per Kirkuk “recuperare” la rappresentatività politica dei cristiani persa a settembre 2008?
“Io penso e spero di sì. Magari anche di un solo seggio. Molto è nelle mani dei partiti politici che si presentano troppo divisi tra loro e quindi hanno minori capacità. Certamente rivendicare i nostri diritti a livello politico è però giusto. Siamo minoranza religiosa ma sempre cittadini iracheni a tutti gli effetti.”
La sua reazione alla decisione della comunità europea di permettere agli stati membri di accogliere su base volontaria 10.000 profughi iracheni che vivono in Giordania e Siria è stata di netto rifiuto perché considerata un possibile incoraggiamento alla fuga dei cristiani. Considerando che si tratta di un provvedimento che non riguarda esclusivamente i cristiani, ed in più interessa quelli che già vivono all’estero, come può influire così tanto in Iraq da farle parlare di esodo?
“Influisce perché quello che è in atto è davvero un esodo. La gente vuole partire perché crede che in Europa, in America o in Australia tutto sia facile e bello mentre non è così. È una specie di moda. Vuole partire anche chi vive in zone dove non c’è pericolo, gente che non sa che l’Occidente non è cristiano secondo i criteri di valutazione mediorientali, gente che si troverà a fare una vita misera e di sofferenza, che troverà indifferenza e sfruttamento. Noi abbiamo spiegato in chiesa cosa significa questo provvedimento, che andare in Siria o Giordania non vuol dire automaticamente essere trasferiti a Parigi, a Stoccolma o a Madrid. Che non c’è ragione di abbandonare villaggi che vivono in pace. Questi provvedimenti non aiutano la nostra comunità.”
E che provvedimenti sarebbero d’aiuto, invece?
“Aiuto a creare posti di lavoro, possibilità di contribuire alla ricostruzione del paese. Una cosa che i cristiani hanno sempre fatto a fianco dei loro fratelli musulmani e che desideriamo continuino a fare.”
Durante l’incontro avvenuto in Germania lo scorso luglio di una delegazione di religiosi cristiani iracheni con il governo tedesco è stato chiesto di aiutare i profughi che già si trovano in quel territorio ed eventualmente di favorire il ricongiungimento familiare. È questo il “distinguo” tra la vostra proposta e quella della comunità europea?
“Noi non diciamo di non aiutare nessuno. Diciamo che bisogna valutare i casi. Diciamo ad esempio che l’Europa potrebbe offrire protezione a chi per avere avuto in passato una posizione influente tornando in Iraq potrebbe essere a rischio della vita. Che ci sono casi di genitori anziani i cui figli vivono all’estero e che sono rimasti soli, o casi che necessitano di cure mediche specifiche. Pensiamo a molti casi, insomma, ma non ad un’accoglienza generalizzata che creerebbe, come ho già detto, un’ulteriore spinta alla fuga.”
Monsignore, Lei ha praticamente rivolto ai cristiani che sono o stanno pensando di fuggire un monito, si potrebbe definire quasi un’accusa di non essere dei buoni fedeli perché non seguono l’esempio di chi ha deciso di affrontare la morte per la propria fede...
“E lo ribadisco. Il cristiano con il battesimo giura fedeltà alla sua fede, ed il cammino della fede può essere pieno di difficoltà e sacrifici ma non per questo non deve essere percorso.”
Ma come si può rimproverare chi pensa di poter assicurare ai propri figli un futuro migliore, lontani da un paese in cui Lei stesso dichiara i cristiani sono considerati cittadini di seconda classe?
“Emigrare per vivere una vita da profugo non è la soluzione. Cercare una vita più comoda neanche. Queste persone devono sperare, pregare e lottare perché la situazione migliori e ci sia un domani senza più cittadini di prima o seconda classe.”
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mercoledì, gennaio 28, 2009
Roma, 25 gennaio 2009
giovedì, gennaio 22, 2009
Iraq: Warduni (Baghdad) agli USA "prima la pace e poi il ritiro"
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Iraq: Sako (Kirkuk) "un sinodo generale per i cristiani in MO"
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Vatican: Iraqi bishops launch appeal to Pope to stop Christians fleeing
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Iraq: il dramma dei rifugiati cristiani raccontato in un documentario
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mercoledì, gennaio 21, 2009
La chiesa siro cattolica ha un nuovo patriarca
S.E. Ephrem Joseph F. Younan
Vescovo di Our Lady of Deliverance di Newark, Visitatore Apostolico per i Siro-Cattolici nell’America Centrale e Venezuela.
S.E. Ephrem Joseph F. Younan è nato da Farjo e Khatoun (Khabot) Younan il 15 novembre del 1944 ad Hassakeh, in Siria, dove fu battezzato, nella chiesa dell’Assunzione, l’8 dicembre dello stesso anno.
Dopo gli studi presso la chiesa della parrocchia dell’Assunzione ed il seminario patriarcale di Charfé in Libano si recò a Roma presso il collegio di “Propaganda Fide” e conseguì il master in filosofia e teologia presso l’Università Urbaniana.
Ordinato sacerdote il 12 settembre 1971 divenne insegnante presso il seminario di Charfé che diresse per due anni. Tornato ad Hassakeh lavorò come direttore diocesano per la catechesi per sette anni. Nel 1980 fu nominato parroco della chiesa dell’Annunciazione a Beirut dove rimase fino al 1986.
A marzo del 1986 gli fu assegnato il compito di creare una missione per i siro cattolici nell’area metropolitana di New York/New Jersey. Con l’aiuto dell’Arcivescovo di Newark, Theodore E. McCarrick, fondò la prima missione di Our Lady of Deliverance. Nel 1988 fu nominato dalla Congregazione per le Chiese Orientali come coordinatore tra i fratelli missionari negli Stati Uniti ed in Canada e nel 1991 fu nominato Delegato Apostolico dalla stessa congregazione per rappresentarla e presentare il rito siriaco alla gerarchia cattolica del Nord America.
Nel giugno del 1991 divenne Corepiscopo per volere dell’allora Patriarca Mar Ignatius Antoine II Hayek e la cerimonia si svolse nella missione di Our Lady of Deliverance in Newark, New Jersey.
Da quel momento Mons. Younan lavorò per dare vita ad un’altra missione negli Stati Uniti occidentali. Nel 1991 fu fondata la missione del Sacro Cuore a North Hollywood ed ad essa si aggiunse, tre anni dopo, quella di Our Lady of Perpetual Help a San Diego.
Il 6 novembre 1995 Papa Giovanni Paolo II lo nominò primo vescovo della neonata Diocesi (Eparchia) di Our Lady of Deliverance per i siri cattolici negli Stati Uniti ed in Canada. Fu consacrato il 7 gennaio 1996 nella chiesa di Saint Peter and Paul a Kamishly, in Siria, da Sua Beatitudine l’allora patriarca Mar Ignatius Antoine II Hayek.
Mons. Younan risiede a Union City, New Jersey.
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The Syriac Catholic Church has a new patriarch
H.E. Ephrem Joseph Younan
H.E. Ephrem Joseph F. Younan born to Farjo & Khatoun (Khabot) Younan on November 15, 1944 in Hassakeh, Syria and baptized on December 8th at Assumption Parish. He is the middle child of nine children, having four brothers and four sisters.
Bishop Joseph Younan attended Assumption Parochial School and after graduation went on to study at Our Lady of Deliverance Seminary in Charfet, Lebanon. He continued to pursue his priestly formation and career at "Propaganda Fide" and earned a double Licentiate (Masters) in philosophy and theology from Urbaniana University in Rome.
Bishop Joseph was ordained to the priesthood on September 12, 1971. After ordination he was appointed as teacher in the Seminary in Charfet where he was director of the major Seminary for two years. He returned to his home Diocese of Hassakeh where he functioned as Diocesan Director of Cathechesis. He remained in this position as director for seven years. He was then appointed pastor of the Church of the Annunciation in Beirut in 1980, where he remained until 1986.
In March of 1986 he was assigned to the United States where he was to establish a mission in the New York/New Jersey Metropolitan area to gather Syriac Rite Catholics. Soon after his arrival, with the guidance and assistance of The Most Reverend Archbishop Theodore E. McCarrick (Archbishop of Newark) he established the first mission of Our Lady of Deliverance. In 1988, he was further appointed by the Sacred Congregation for Eastern Rite Churches as coordinator among his colleague missionary priests in the United States and Canada. And in 1991, he was officially appointed "Apostolic Delegate" by the same Congregation to represent the Congregation and the Syriac Rite to the Catholic hierarchy of North America.
In June of 1991, Father Younan was elevated to the rank of "Chorbishop" by the Patriarch, Mar Ignatius Antoun II Hayek. The ceremony took place at Our Lady of Deliverance Mission in Newark, New Jersey.
Since this time, Chorbishop Younan traveled from the East Coast to the West Coast (California) on a monthly basis to help establish another mission. Soon after his initial visits, the mission of The Sacred Heart was established in North Hollywood in 1991. Three years after, he reached out again to establish a further mission Church in San Diego called Our Mother of Perpetual Help.
On November 6, 1995, Pope John Paul II appointed him first Bishop (Eparch) of the newly established Diocese (Eparchy) Our Lady of Deliverance Syriac Catholic Diocese for Syriac Catholics in the United States and Canada. He was consecrated Bishop on January 7, 1996 at Saint Peter and Paul's Church in Kamishly, Syria by His Beatitude, the Patriarch Hayek.
Currently, Bishop Younan resides in Union City, New Jersey.
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Iraq: Arcidiocesi di Torino, incontro con Mons. Warduni sul futuro dei cristiani nel paese
“Quale futuro per i cristiani?” è questo il tema dell’incontro pubblico che si terrà il 29 gennaio a Torino su iniziativa dell’arcidiocesi. A parlare è stato invitato il vicario patriarcale di Baghdad, il caldeo mons. Shlemon Warduni. “L’incontro – spiega al Sir don Ermis Segatti, referente per la cultura e l’università dell’arcidiocesi e moderatore dell’evento – intende far conoscere l’importanza della presenza cristiana in questa zona del mondo e più specificatamente all’interno di una secolare tradizione islamica. Vogliamo poi tracciare un quadro delle condizioni estreme in cui si trovano i cristiani, una minoranza tollerata ma sotto protezione che ha bisogno di aiuto. Dall’ascolto delle parole di mons. Warduni cercheremo quindi di capire che tipo di aiuto offrire come comunità ecclesiale torinese”.
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martedì, gennaio 20, 2009
Iraq: quale futuro per i cristiani?
ore 21,00
Incontro pubblico su
IRAQ:QUALE FUTURO PER I CRISTIANI?
relatore
MONS. SHLEMUN WARDUNI
PATRIARCA VICARIO CHIESA CATTOLICA CALDEA
moderatore
d. Ermis Segatti
REFERENTE PER LA CULTURA
ARCIDIOCESI DI TORINO
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Nuove ordinazioni nella chiesa caldea
Fonte: Ankawa.com
Alla vigilia del viaggio che porterà a Roma il patriarca ed i vesscovi della chiesa caldea per la visita ad limina nuove ordinazioni in Iraq. A Baghdad Padre Louis Shabi, ordinato sacerdote a Roma nel 1968, è stato ordinato corepiscopo, mentre Padre Saad Sirop Hanna, che molti ricordano per essere uno dei sacerdoti sequestrati nel 2006, ha preso il posto di Mons. Shabi come parroco della chiesa di San Giuseppe. Alla cerimonia hanno partecipato il patriarca della chiesa caldea, Mar Emmanuel III Delly, i vicari patriarcali mons. Shelum Warduni e mons. Jacques Isaac, il vescovo latino di Baghdad, mons. Jean Sleiman ed il vescovo armeno cattolico, mons. Emmanuel Dabaghian.
Ad Ankawa c'è stata l'ordinazione di 6 suddiaconi e 3 giovani diaconi che in un paio di mesi diventeranno sacerdoti: Steven Husam(1985), Karam Najib (1986) and Aram Sabah (1987). Provenienti da diverse diocesi sono stati ordinati da Mons. Rabban Al Qas, vescovo di Amadhiya ed amministratore vescovile di Erbil che è stato asistito nella cerimonia da Padre Bashar Warda, rettore del seminario maggiore caldeo ad Ankawa e Padre Sami Dinkha, parroco della chiesa caldea di Essen (Germania) ma temporaneramente ad Ankawa come docente al Babel College, l'unica facoltà teologica cristiana in Iraq.
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New ordinations in the Chaldean Church
On the eve of the journey that will lead to Rome the patriarch and the Chaldean bishops for their ad limina visit there were new clerical ordinations in Iraq.
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Presentazione di un documentario sui rifugiati cristiani iracheni
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Verrà presentato mercoledì 21 gennaio, alle 18.00, presso la Sala Marconi della “Radio Vaticana” (Piazza Pia 3, Roma) il documentario promosso da Salvaimonasteri sui rifugiati cristiani iracheni realizzato in Iraq, Siria e Giordania da Elisabetta Valgiusti.
Seguirà un dibattito condotto da padre Federico Lombardi, direttore della “Radio Vaticana” e del Centro Televisivo Vaticano, nonché portavoce della Sala Stampa Vaticana.
Interverranno all'evento monsignor A. Matti S. Matoka, Arcivescovo Siro Cattolico di Baghdad, monsignor Louis Sako, Arcivescovo Caldeo di Kirkuk, monsignor Georges Casmoussa, Arcivescovo Siro Cattolico di Mosul, monsignor Shlemon Warduni , Vescovo Ausiliare di Babilonia dei Caldei.
Parteciperanno inoltre Antonio Zanardi Landi, Ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, l'Ambasciatore Gianludovico De Martino, Ministro plen. Task force Iraq, e l'onorevole Umberto Ranieri, già presidente Commissione Esteri.
Il documentario, prodotto da Salvaimonasteri con il contributo del Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale del Mediterraneo, sarà trasmesso via satellite da EWTN dal 21 gennaio in America, Europa, Asia, etc. (www.ewtn.com e www.salvaimonasteri.org).
Hanno partecipato alla realizzazione del documentario cristiani iracheni di Mosul, Baghdad e Alqosh, rifugiati in Siria e Giordania, monsignor Sako, padre Romualdo Fernández – Direttore del Memoriale di S.Paolo a Damasco –, Caritas Siria, il Centro dei Padri Gesuiti di Amman (Giordania), suor Carmen Herrer, le Sorelle Comboniane e l'Ospedale Italiano di Amman, Mohammed Al Adid – Presidente Red Crescent Giordania –, Imran Riza, rappresentante della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNCHR) ad Amman.
Nella sua storia recente, ricorda un comunicato ricevuto da ZENIT, l'Iraq ha visto “differenti fasi di espulsioni, dislocazioni, varie ondate di rifugiati”. Si calcola che i profughi interni e i rifugiati all'estero siano 4,5-5 milioni, ovvero un quinto della popolazione irachena.
La Siria ha accolto circa 1.600.000 iracheni, la Giordania 700.000, circa 500.000 si sono rifugiati fra Egitto, Libano, Turchia e l'area del Golfo. Più di 2,5 milioni sono stati i profughi dentro i confini iracheni.
“Considerato che la famiglia, la comunità, i rapporti e i legami tribali costituiscono in Iraq i fattori più significativi della struttura sociale, la fuga di un quinto degli abitanti dai luoghi originali significa la distruzione della coesione culturale e sociale del Paese”, constata il comunicato.“I cristiani, che rappresentano una componente minore per numero ma fondamentale per storia e cultura, hanno subito gravi violenze; più del 50% della comunità è stato costretto a lasciare il Paese, soprattutto professionisti e gente istruita”.Prendere come bersaglio i cristiani, che costituiscono “la pietra angolare della società irachena”, ha significato “colpire il cuore della società irachena”. La loro persecuzione, “iniziata con bombe e attacchi a chiese e ai monasteri, continuata con rapimenti e omicidi di preti e Vescovi”, “è stata male e poco riportata dai media internazionali”.Interi quartieri di Amman e Damasco sono abitati da cristiani iracheni che, come tutti gli altri rifugiati iracheni, soffrono privazioni e difficoltà, nonostante l'accoglienza accordata da Siria e Giordania, riconosce il testo.
“L'impossibilità di lavorare, la frammentazione degli aiuti, l'inconsistente numero di visti ottenuti per Paesi terzi (l'1% secondo dati UNCHR), concorrono a rendere la situazione insostenibile per tutti i rifugiati iracheni”, conclude.
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domenica, gennaio 18, 2009
Discorso di Benedetto XVI ai Vescovi dell'Iran in vista "ad limina"
Pope to Church in Iran: Build Relations With State
El Papa invita a los cristianos de Irán al diálogo con las autoridades islámicasPapa convida cristãos do Irã a dialogar com autoridades islâmicas
Iran : Une Commission bilatérale à l’étude avec les autorités
Benedikt XVI.: Der Dialog mit dem Islam ist notwendig
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venerdì, gennaio 16, 2009
Iraq: Warduni (Baghdad) "Violenze anticristiane a Mosul". Urge "soluzione giusta per Gaza"
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Iraq: Warduni (Baghdad) "Anti-Christian violence in Mosul". A "fair solution for Gaza" is needed
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Delegazione di Kirkuk attesa a Roma
Per quanto riguarda la minoranza cristiana di Kirkuk il presidente iracheno nonché fondatore e segretario generale del PUK, Jalal Talabani, ha ribadito la volontà di mantenere per essa la percentuale di impieghi governativi del 4% a Kirkuk così come quella di assicurare la loro rappresentatività nelle istituzioni governative a livello nazionale.
La percentuale del 4% cui si riferisce Talabani è quella stabilita nel 2007 e si inserisce nel più vasto discorso sul futuro di Kirkuk, città ancora contesa tra le parti che la abitano. Le elezioni provinciali svoltesi in Iraq nel gennaio 2005 videro l’affermarsi a Kirkuk della coalizione politica curda, un’affermazione che portò ad accuse di brogli e conseguente paralisi politica che sembrò risolversi il 2 dicembre 2007 quando si raggiunse un accordo secondo il quale gli impieghi governativi sarebbero stati assegnati a membri delle diverse comunità (arabi, curdi, turcomanni e cristiani) secondo una precisa percentuale di 32-32-32 e 4% che però, denunciano gli stessi membri del Consiglio, non è mai stata rispettata con una predominanza di arabi tra gli impiegati governativi e di curdi tra i dirigenti governativi,
una sorta di rappresentazione numerica della sempre maggiore importanza politica che la parte curda ha assunto in città dal momento della caduta del regime.
Kirkuk, come le tre province curde del nord dell’Iraq, non eleggerà il proprio consiglio provinciale il prossimo 31 gennaio. La legge elettiva riguardante tali entità politiche nel settembre 2008 stabilì per la città contesa la creazione di una commissione di 7 legislatori (2 arabi, 2 curdi, 2 turcomanni ed 1 cristiano) che ha tra i suoi diversi compito quello di trovare una soluzione al difficile problema del consenso a Kirkuk preparando una bozza di legge elettorale per la città da presentare a Baghdad per l’approvazione parlamentare entro il 31 marzo 2009.
Ad oggi il comitato, sebbene creato, non ha dato inizio alle proprie attività ed un’altra volta appare difficile che in tempi stretti a Kirkuk possa essere trovata una soluzione che non sia quella del procrastinare sine die. Il viaggio della delegazione in Vaticano quindi, sebbene carica di un valore simbolico forte, difficilmente potrà aiutare dal punto di vista pratico la soluzione del problema di una città che, galleggiando su uno dei più grossi giacimenti di greggio del paese, è da molti e da sempre indicata come un futuro casus belli nella storia del paese
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Kirkuk delegation expected in Rome
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giovedì, gennaio 15, 2009
La chiesa siro cattolica ci riprova. Sinodo convocato a Roma per eleggere il nuovo patriarca
Chiesa che nei nove mesi di sede patriarcale vacante era stata affidata per disposizione vaticana ad un Comitato episcopale formato da S.E. Théophilus Georges Kassab, arcivescovo di Homs, Hama e Nabk dei Siri che ha anche governato l'Eparchia patriarcale, da S.E. Athanase Matti Shaba Matoka, arcivescovo di Baghdad dei Siri e da S.E. Gregorius Elias Tabi, arcivescovo di Damasco dei Siri.
Quel sinodo si riunì in effetti nel seminario patriarcale di Charfé in Libano ma gli undici presuli partecipanti, tra cui i tre formanti il Comitato episcopale nominato da Roma e ben due patriarchi emeriti, il già citato Ignatius Pierre VIII Abdel Ahad ed il Cardinale Ignatius Musa I Daoud che nel 2001 aveva rinunciato all’incarico patriarcale diventando Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali e mantenendo tale carica fino al 2007, non riuscirono a trovare l’accordo su un nome.
La sede patriarcale rimase quindi ancora vacante. Una vacanza che dovrebbe però avere i giorni contati.
Non resta che aspettare e vedere se anche questa volta l’aria romana spingerà i vescovi della chiesa siro cattolica, come già successe per quelli caldei, a prendere una decisione superando i particolarismi, a rivedere le alleanze che sempre un’elezione comporta, ed a dare ai fedeli una nuova guida che sappia e voglia aiutarli a superare un momento difficile della loro storia.
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The Syriac Catholic Church tries again: Synod convened in Rome to elect the new patriarch
It had already happened in 2003 when, after the death in July of the Patriarch of the Chaldean Church, Mar Raphael I Bedaweed, the meeting of the synod of the bishops in Baghdad had not produced a white smoke, and the agreement on the new patriarch was found in Rome in December of the same year with the appointment of the head of the church, Cardinal Mar Emmanuel III Delly, chosen by the Synod by then presided over by the Syriac Catholic Mar Ignatius I Musa Daoud.
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La Conferenza episcopale dell'Iran dal Papa per la visita ad Limina: intervista con l'arcivescovo di Teheran
Il Papa ha ricevuto oggi alcuni vescovi dell'Iran, in visita "ad Limina", guidati da mons. Ramzi Garmou, arcivescovo di Teheran dei Caldei e presidente della Conferenza episcopale iraniana. Tiziana Campisi ha intervistato il presule chiedendogli di parlarci della situazione della comunità cattolica in questo Paese:
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venerdì, gennaio 09, 2009
Gaza. Warduni (Baghdad) "Fermate la strage, in nome di Dio!"
8 gennaio, “Fermate la strage, in nome di Dio!”. E’ l’appello accorato di chi vive “ogni giorno e ormai da anni, la violenza e la morte”. Mons. Shlemon Warduni, vicario patriarcale di Baghdad, interviene così sulla guerra in corso a Gaza. “Quelli che hanno sperimentato le guerre e le ingiustizie – dichiara al Sir - ora compiono sugli altri le medesime azioni. E questo vale sia per i palestinesi che per gli israeliani”. Per questo, aggiunge il vicario, “bisogna levare la voce per dire ‘no’ e che non è questo il modo di fare e di agire. Mi chiedo come si può mancare di rispetto a uomini, donne e bambini indifesi e innocenti. Gli israeliani hanno sperimentato una terribile guerra ed anche i palestinesi. Ma nonostante ciò continuano a fare guerra”. “La sofferenza – dice il presule - non conosce cittadinanza, religione, etnia, colpisce tutti, non c’è distinzione tra un bambino iracheno ed uno di Gaza. La violenza, purtroppo, li costringe in un devastante gioco al massacro che non conosce esitazioni. Questa guerra in corso a Gaza danneggia tutti quanti e miete vittime innocenti”.
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Gaza. Warduni (Baghdad) "Stop the slaughter, in the name of God!"
January, 8. “Stop the slaughter in the name of God!” It is the sorrowful appeal of those who have been living for years “with violence and death.” In this way Mgr Shlemon Warduni, Patriarchal Vicar of Baghdad, explains the ongoing conflict in Gaza. “Those who have suffered from war and injustice now impose the same actions on others. This is true for both Palestinians and Israelis.” “For this reason,” adds the Vicar “we have to raise our voice to say ‘no’, this is not the way to react. I wonder how one can be so disrespectful of vulnerable and innocent children and women. Israeli people have experienced a terrible war. So have Palestinians. Nevertheless, they are still engaged in war.” “Suffering does not make any distinction of citizenship, religion or ethnic group, it strikes everyone both Iraqi and Gaza children. Unfortunately, violence is forcing them to play a cruel slaughter game. The current war in Gaza is damaging everyone and is causing innocent victims.”
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